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Piccole fiabe?

Il libro di Maria Fedele e Mary Nicole si presenta egregiamente: prima e quarta di copertina riportano graziosi e variopinti disegni eseguiti da Claudia Mesa e Michele Finelli , per rappresentare le fiabe descritte al suo interno. I fogli sono di carta patinata in una rilegatura impeccabile. La grandezza del carattere usato è particolarmente grande e…. per una nonna che debba leggere queste storie ai nipotini è piacevole. Penso anche che sarà perfetta per quei bambini che già leggono da soli. Ma si farebbe un torto alle due autrici se si riducesse questo libro ad un’utenza così limitata. E’ infatti chiaro fin dal titolo del libro: “Piccole fiabe crescono ” che i racconti hanno diverse chiavi di lettura, per cui il libro di Maria Fedele e Mary Nicole è destinato a tutto quel pubblico che pensa ci possa essere sempre un’occasione per Crescere. Per la presentazione di questo libro le due autrici si sono affidate alle parole di un autore di eccezione e… non vi dirò nulla, a voi il piacere di scoprirle.

Si dividono il libro le due autrici: sei racconti per Mary Nicole e cinque per Maria Fedele.

La prima le intitola: Fiabe dal recinto, e già questo recinto io l’ho interpretato come un abbraccio, un abbraccio amorevole che protegge, consola ma insegna anche ad affrontare le diversità, come in: “Un gradevole intruso” e “La vita scorre”. Dove la mamma scrofa salva ed accudisce un piccolo riccio. Dove allontanarsi dal recinto vuol dire anche crescere ed allargare la famiglia. Mary Nicole affronta con garbo anche il tema dell’emigrazione dal punto di vista dei bambini, descrive la nostalgia di Al per la sua terra d’Africa e il suo integrarsi in: “Si parte” e in: “100″. Altre storie, come quella della gattina Minù che dovrà vedersela con un cagnolino, mettono in evidenza problematiche come l’egoismo e l’incapacità di capire gli altri. La scrittura di Mary Nicole è scorrevole, chiara, piacevole, i suoi racconti sono come la sua biografia: pieni di persone care, amici e amore. Ha cominciato a scrivere poesie a 6 anni e a 15 vinceva concorsi letterari, ha pubblicato diversi libri tra cui: “Padparadshah. Rosa D’asfalto” edito da Arcipelago Edizioni nel novembre 2004. Membro dell’Antologia “IncastRIMEtrici vol.1edito nel 2006 e autrice del libro “Ultima cena di Mary Nicol, in download gratuito su www.lulu.com/content/2282314.

Per Maria Fedele  è:”La prima volta che pubblica dei racconti” e se non ci avessero informati nella biografia non ce ne saremmo accorti perché la sua scrittura è diretta, espressiva e priva di fronzoli. Anche i sui racconti parlano di animali e danno il titolo a questo libro “Piccole fiabe crescono”. L’ippopotamo Gelsomino, la cui mole gli procurerà non pochi problemi, si troverà alla fine della fiaba ad essere leggero come una farfalla e…solo leggendo il racconto si capirà come sia potuto succedere. L’autrice descrive puntigliosamente la caparbietà della tartaruga Eloisa che vuole assolutamente raggiungere la cima della montagna. Sembra solo una fatica, affrontata in solitudine, gli amici vorrebbero aiutarla ma lei vuole la sua libertà. E’ una dura Eloisa, come il suo carapace. L’autrice ad un certo punto la descrive così: “Ma Eloisa era la testuggine più testarda del pianeta, quindi impettita non tornò indietro, avrebbe perso del tempo prezioso e poi oramai la meta era lì a portata di mano. Non fece però i conti con il freddo glaciale che la costrinse sempre più spesso a rifugiarsi in se stessa, nella sua armatura, così consueta, conosciuta, così solita e familiare, da cui poteva ricevere protezione, sicurezza e sopravvivenza”. Riuscirà Eloisa a raggiungere la vetta? e poi? I finali delle fiabe di Maria Fedele sono sempre ben studiati. Altri animali popolano le sue fantasiose fiabe: La lucciola Caterina che scopre di essere una veggente e il topo Ernesto che dopo aver raggiunto la luna, tornerà coi piedi per terra. Pagine piene di dolcezza sono quelle dedicate alla favola “Brava Giulia”. La protagonista interpreta il desiderio di volare, comune a molti bambini e l’autrice risolve il problema con maestria. Anche qui il finale è pirotecnico! Fra le righe, anche nei racconti di Maria Fedele, troviamo ineguatezza e accettazione, incapacità di ascolto ed egoismo, paure e felicità.

“Piccole fiabe crescono” Maria Fedele & Mary Nicole

Ma siamo sicuri che siano solo fiabe?

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Il tonno maschio

Capitolo tratto dal romanzo: LA QUINTA BARCA E’ MAGICA

IL TONNO MASCHIO, in mezzo al mare, luglio 98

Quando Alberto era piccolo, Enrico non resisteva alla tentazione di giocare, la vigilia di Natale, con il regalo che avevamo scelto per lui. Era un classico: Alberto, verso le 21 andava a letto e Enrico verso le 22 scartava il regalo, lo montava o ci metteva le pile, si stupiva per la semplicità con la quale era stato realizzato e si divertiva a controllarne i meccanismi, immancabilmente faceva rumore e io dovevo zittirlo temendo che Alberto si sarebbe svegliato.
Dopo venticinque anni Enrico non è cambiato, ha sempre voglia di giocare con i regali che fa agli altri e, siccome con quelli di Alberto non può più farlo, quest’anno ha giocato con il mio, e devo dire che anch’io ho partecipato e Alberto con la nonna hanno fatto da spettatori.
Era un regalo lungo lungo, stretto stretto, leggero leggero e ad una estremità c’era legato un altro pacchetto.
In previsione delle ferie con Magica, Enrico mi aveva  regalato una canna per pescare alla traina.
In soggiorno, io facevo il pesce che aveva abboccato e Enrico, dall’altra parte, il pescatore che cercava di recuperarmi, io resistevo, la canna fletteva e Alberto e la nonna ridevano, ma Enrico (che non é un pescatore) era in difficoltà perché il mulinello era montato in modo sbagliato.
Che figura! meno male che in ferie con noi verrà Piero che è un pescatore coi fiocchi, se no col cavolo che noi prenderemmo dei pesci.

Nel primo tratto di mare aperto, fra Viareggio e Capraia, Piero, che era l’unico a non essersi dimenticato della canna da pesca, armeggia con una scatola che riconosco: era con il mio regalo di Natale e contiene le esche per pescare.
“Dai…dai… Piero che peschiamo”. Il pesciolino finto che funge da esca è mostruoso: grande, coloratissimo, ha una specie di paletta di metallo in bocca e sui fianchi un numero impressionante di ami decisamente robusti, imparerò più avanti che quelle esche si chiamano minnows e sono molto costose. Piero effettua le varie operazioni con precisione e con cognizione di fatto, è un bravo pescatore lui, ma mi ha pregato di non spiegare nei particolari le sue prodezze.
Certo che se prendessimo un bel pesciotto! Piero trova un posto strategico per piazzare la canna e per un po’ aspettiamo, poi ci stufiamo, e poi proprio ci dimentichiamo. Enrico è ancora preso con la pompa dell’acqua che scatta da sola, presume una perdita, ma non troviamo tracce di acqua da nessuna parte, Graziella si è sdraiata all’ombra sulla cabina, legge un libro che non deve essere molto interessante, perché ogni tanto sonnecchia. Piero invece dopo aver controllato le vele, va proprio a dormire in cabina nel suo letto.
Il pilota automatico è programmato per portarci alla Capraia.
Passo in rassegna i CD che abbiamo portato a bordo, escludo la Traviata perché essendo la nostra preferita è la più gettonata, Midnight Jazz mi piace molto: per questo l’ho portata, ma adesso mi sembra troppo legata ad altri momenti vissuti in altri luoghi. Strano, una musica ti piace, ma ti dà il suo massimo solo quando sei pronta per ascoltarla.
Vediamo cosa c’è di bello qui, ah, sì…La Turandot. Ho visto l’opera, ma le musiche, a parte le più famose, tipo “Nessun dorma” non le ricordo.

Mi trovo un posticino comodo e prima di pigiare il pulsante per ascoltarmele tranquillamente, do un’occhiata in giro, il vento è sostenuto e le vele sono belle gonfie come le ha lasciate Piero; la Capraia è già in vista, alle mie spalle la costa non si vede più. La musica si diffonde intorno a noi e la potenza delle prime note mi riporta alla mente il palcoscenico e la sontuosità dei costumi.
Il rumore del mare e del vento sparisce, la tenerezza struggente della musica di Puccini ti rapisce e ti trovi immersa in un altro mondo fatto di campanelli orientali, indovinelli, schiave, regine e pretendenti re.
Vrrr…Un rumore strano e inaspettato mi fa girare la testa da tutte le parti, vrrr…vrrr…
“Ma cos’è?  dov’è ?”.
“Il pesce Lellaaa, ha abboccato” grida Enrico e corre verso la canna per fermare il mulinello.
“Pieroo , Pierooo, il pesce…”.
Ma lui, al primo momento, non ci crede, poi quando realizza che è vero, esce dalla cabina ancora quasi carponi e prende in mano la situazione oltre alla canna:
“Ammaina, ammaina le vele, dai, questo tira come un matto!”.
Graziella è schizzata anche lei nel pozzetto e Piero ne approfitta per farsi accendere una sigaretta, sa benissimo che in questo momento nessuno glie la negherebbe anche se sta smettendo di fumare. Dopo aver passato la sigaretta, Graziella mi aiuta ad ammainare le vele e Enrico sta già preparando un raffio con un tondino recuperato nella cassetta degli attrezzi. Non vedo l’ora di aver finito con le vele per non perdermi niente, la canna era inclinata tantissimo e Piero dice che sarà un tonno di 10 – 15 kg.
Seduto sulla poltroncina un po’ recupera faticosamente il filo, un po’ lo lascia correre; dice che deve stancare il pesce, lui intanto è sudato. Noi tre lì in piedi, vicino a lui non possiamo fare altro che scrutare il mare nella speranza di vedere saltare fuori il pesciotto, la canna è sempre più incurvata. Altro che quel giorno in soggiorno! Non immaginavo che potesse piegarsi a quel modo; la lotta tra il pesce e Piero continua. Noi immortaliamo il momento con la macchina fotografica,  in realtà, quegli scatti ci servono da prova per un’altra fotografia ben più agognata. Mentre Piero ci spiega perché ogni tanto il pesce prende il sopravvento, noi facciamo congetture sulla futura preda: l’effetto che farà la foto quando gli amici la vedranno, come faremo ad ucciderla quando sarà nel pozzetto, come la cucineremo; inutile dirlo siamo euforici e tifiamo per Piero.
Graziella ed io,  prevedendo l’orrore di tutto il pozzetto insanguinato col tonno che salta da tutte le parti, siamo combattute tra il desiderio di prenderlo e la preoccupazione di quello che succederà se davvero riusciremo a caricarlo a bordo.
Enrico e Piero non hanno dubbi, gli darebbero una legnata.

È passato parecchio tempo e il pesciotto non accenna a darsi per vinto, anzi, ogni tanto dà dei tironi tremendi, tanto da provocare un taglio sul dito di Piero, che per un attimo si è permesso il lusso di distrarsi.
Pensavamo tutti che sarebbe stato molto più facile e invece pare sia una faccenda alquanto lunga.
Piero comunque si difende egregiamente, se pur con notevole fatica, continua a recuperare.
La canna improvvisamente si raddrizza e Piero, senza dire nulla, recupera con  estrema facilità.
“Cosa è successo?”.
“È ANDATO… LO STRONZO!”.
“Ma dai… non lo abbiamo nemmeno visto…”
“Sì… non lo abbiamo nemmeno visto, però sappiamo che è un tonno maschio!”.
“Perché?”.
“… Perché… ce lo ha messo nel c…”.

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Il piacere della lettura

Cosa ci fa decidere di leggere un determinato libro? Il passaparola? Le classifiche? Il nome famoso dell’autore o dell’autrice? Ci affidiamo ai consigli del libraio o del bibliotecario/a? Le ipotesi sono innumerevoli. La condizione più stuzzicante è certamente assistere alla presentazione del libro.

La cornice che accoglie il pubblico, in questo caso, è la Villa Hussy, sede della  Biblioteca Civica Luino. La data il 31 ottobre 2008. Il romanzo: I ghiri sotto il tetto, di Franco Di Leo. La presentazione è a cura di Annalina Molteni.

Entriamo nel vivo del romanzo: Silvana è morta, e sono certa che non rovinerò la lettura del libro svelandovi questa notizia. L’unica notizia certa. Il resto del romanzo, stando alla presentazione è un susseguirsi di ipotesi sul perché e per come sia morta Silvana. Suicidio? Omicidio? Disgrazia? Le indagini cambiano strada più volte e il finale…

La presentazione di un romanzo ci porge su di un piatto d’argento ” La storia”, ce ne fa sentire il profumo. Il suo autore ci spiega gli ingredienti, la curatrice ne esalta le qualità. Ma… è solo leggendo il romanzo che potremmo decidere se il suo gusto  è di nostro gradimento.

Devo ammetterlo, ho iniziato la lettura con poco appetito, tutti quegli ingredienti… non mi avevano convinta. Ma una pagina dopo l’altra ho dovuto ricredermi, ho gustato questo romanzo tutto nell’arco di una serata.

Parlare di un libro, trasformarlo in un film, d’accordo, ma volete mettere il piacere di leggerlo, specialmente quando l’autore, come in questo caso, da al suo romanzo un ritmo naturale, che si sposa alla perfezione con l’ambiente in cui si svolge. Ci descrive i panorami lasciandoci la libertà di immaginarne le tonalità, i profumi. Ci racconta una storia complicata accompagnandoci con maestria da un paese all’altro, da una personalità all’altra. E strada facendo questa storia lascerà il segno nei suoi protagonisti.

E’ probabile che l’amore che nutro per  il lago Maggiore (luogo dove si svolge il romanzo) abbia accentuato le mie  favorevoli impressioni, resta comunque il fatto che il romanzo di Franco Di Leo : I ghiri sotto il tetto, è un’ esempio di come la buona scrittura possa rendere il lettore oltre che partecipe anche protagonista.

Questo è il piacere della lettura.

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Le aspettative in un titolo

Non ha certo bisogno di presentazioni Gian Antonio Stella , e quando nel 2005 ha pubblicato: Il maestro magro, come per  molte altre  novità non mi sono precipitata a leggerlo anche  perché mi era sfuggito che non si trattasse di politica.

Il maestro magro visto sotto questa nuova luce di romanzo mi ha intrigata e le quattro righe in prima di copertina hanno fatto il resto. Si aggiunga poi il suggerimento della rubrica radiofonica: Il bel vizio di leggere. A questo punto le aspettative che riponevo in questo romanzo erano molte e… sono state ampiamente soddisfatte. Non è a mio avviso solo un  romanzo, sono tantissimi racconti sapientemente intrecciati tra di loro con una scrittura scorrevole e suggestiva.

L’incontro  dei due  protagonisti: Osto siciliano e Ines veneta, non sono che l’inizio di una carrellata di persone che si dipanano dal sud al nord  nell’Italia del dopo guerra.

Tra gli anni  cinquanta e sessanta, si viaggia molto in treno, con valige di cartone, si mescolano non solo  odori di aglio e  pecorino, dialetti e fisionomie, ma anche  modi diversi di vivere e pensare.

Un’ umanità variegata si sposta dalle sue terre d’origine alla ricerca di speranze e  pane. Arrivano dal Veneto  gli sfollati del Polesine e  dal sud altri disperati cercano lavoro al nord.

Non sarà difficile per quelli che hanno vissuto quegli anni riconoscere nei  propri vicini di casa quegli  sfollati o i compagni di scuola meridionali e…  maestri di scuola  siciliani.

Per i giovani invece potrà essere la scoperta di un’Italia poverissima, ma piena di entusiasmo, che trova via via, fino al bum degli anni sessanta, la voglia di riscatto e di benessere.

E’ in questa cornice che il maestro  Ariosto Aliquò detto Osto, deve man mano prendere decisioni, affrontare problemi, ascoltare miserie umane e sorridere anche per situazioni inverosimili.

La sua compagna Ines è una donna forte, temprata dalle vicissitudini della vita che fin da giovane l’hanno resa vedova di guerra con un figlio da crescere. E’ anche ironica e il suo imprecare in veneto o l’apostrofare il marito con il nomignolo “Moro” la rendono simpatica.

La tenerezza del loro amore è a prova dell’ignoranza e del bigottismo altrui.

Convivono in questo romanzo oltre a camorristi e preti infingardi anche  medici ruffiani e assassini col mal di denti,  un albero di carrubo dei giardini di  Naxos e il profumo dei dollari californiani. Troviamo venditori di illusioni e un  guardiano di faro che chissà perché non dipinge mai il mare e il cielo.

Ogni capitolo è una  miniera di aneddoti, situazioni e personaggi. E… proprio uno di questi, permetterà ai racconti vari, paradossalmente veri, di diventare nel finale  un autentico romanzo.

Il più delle volte, le nostre aspettative ci tirano brutti scherzi, lasciandoci delusi e insoddisfatti, questa volta è andata bene!


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Il riccio e la camelia

A casa della mia amica Stella, il libro è appoggiato sui gradini che portano alla camera da letto, storgo il collo per leggere il titolo: “L’eleganza del riccio”, di Muriel Barbery. Stella mi assicura che è un libro bellissimo. Me lo avrebbe consigliato se io non l’avessi informata: ” Me lo ha già passato  mia nuora”. Lei  ne è rimasta affascinata, lo ha letto in tre sere. A quanto pare quello che c’è scritto in  quarta di copertina continua ancora: il passaparola funziona e non è un caso che questo romanzo  abbia vinto il Premio dei Librai assegnato dalle librerie.

Confermo, il libro è bellissimo! Di una bellezza particolare, autentica e rivelatrice. Muriel Barbery ci svela la verità su due personaggi che sembrano molti diversi l’una dall’altra: Renèe la portinaia e Paloma l’adolescente che vivono nello stesso  palazzo, abitato da famiglie dell’alta borghesia. Ognuna delle due protagoniste, per motivi diversi, nasconde la propria natura. La vicenda si svolge a Parigi, ma una storia così poteva essere ambientata dovunque perché ovunque il seme  dell’infelicità e della solitudine attecchisce dall’indifferenza, dalla falsità e dai pregiudizi altrui. I due personaggi, s’incontreranno grazie ad una terza persona che intuisce il segreto della  portinaia.

Il bello di questo romanzo sono i pensieri di una ragazzina che scrive un diario in previsione di un suo imminente suicidio. Osserva gli adulti, gli fa la radiografia e poi emette il suo  verdetto! Strada facendo ci mostra attraverso la sua spietata ma esatta analisi l’ipocrisia del mondo. Sconcerta a volte la lucidità di questa dodicenne, anche se l’autrice ci informa che Paloma è particolarmente intelligente.

Il bello di questo romanzo sono i pensieri di una colta  portinaia autodidatta  che si costringe ad apparire sciatta, sciocca ed ignorante agli occhi dell’alta borghesia, che  solo così si aspettano che sia. Ed è un vero peccato non aver potuto godere appieno delle sottigliezze di una portinaia veramente erudita. Troppo erudita per me! (Vedrò di rimediare). E’ comunque un vero piacere trovare in queste pagine l’emozioni che può darti l’ascolto di un coro o lo sguardo su di un quadro. La bellezza dell’arte è descritta con capacità di sintesi, eleganza e delicatezza.

Il romanzo scorre veloce, i vari personaggi si alternano sulla scena, a volte scompaiono come Jean Arthens, per poi rientrare e farci scoprire che la vita può rinascere. Il finale è un capolavoro e la nostra adolescente………

Muriel Barbery con questo romanzo da la scossa all’ipocrisia ed esalta la semplicità della bellezza. A volte… con una semplice camelia


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Gioca pulito col mondo, Nives Meroi

Sulle tracce di Nives non è un romanzo, è una notte. Una notte  particolare in cui i protagonisti, Erri  e Nives,  parlano delle loro avventure, delle loro esperienze in montagna e non solo. Sono discorsi, confidenze e considerazioni  che tu lettore ascolti in silenzio per non disturbarli, per non interrompere quell’atmosfera che si viene a creare quando due persone si capiscono al volo.

Erri de Luca non rinuncia a volte a stupire la sua ascoltatrice e noi lettori. Ci  regala immagini di tuoni che colpiscono la montagna appositamente incipriata di polvere di metallo, proprio per attirarli.

Anche Nives Meroi ha i suoi assi nelle maniche, ne ha di cose da raccontare una che ha scalato dieci dei quattordici giganti che superano gli ottomila metri; senza bombole d’ossigeno e portatori d’alta quota”

Erri de Luca scrive per lei: è sulla sua traccia, e lo fa con grazia, facendone emergere tutta la forza e la schiettezza. In copertina è emblematico l’inizio della frase: “E’ una tigre di alta montagna Nives Meroi, italiana, tra le pochissime donne al mondo…”

E’ una notte punteggiato di stelle, Il libro di  Erri de Luca , ognuna delle quali brilla di luce propria, brevi titoli e poche pagine per parlare di portatori oppure di Salmi, di vento e di freddo  o di fuoco, di luce seminata e lanciatori di coltelli. C’è lo sforzo per arrivare sulle cime e l’estrema attenzione per il ritorno. Tutto è sempre molto ben descritto.

Se per: “Il contrario di uno”, ho avuto difficoltà a seguire Erri devo ammettere  che questa volta ho seguito le tracce con infinito piacere!


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Due autori, storie e favole dallo stesso mondo

Il libro di Erri De Luca: Il contrario di uno, contiene una poesia e venti novelle, la prima è intitolata: Vento in faccia, è una storia forte, con verità sconosciute ai più, quattro pagine intense in cui drammaticamente  senti tutto e vedi tutto.

Non sono riuscita  a passare alla seconda novella, ero troppo angosciata. Ho così iniziato a leggere: Favole al telefono, di Gianni Rodari, sono favole brevissime di una limpidezza e solarità assoluta. Mi sembrava, leggendole, di alleggerire il carico della precedente lettura, così alternavo i due autori: una novella di De Luca e qualche favola di Rodari che con le sue  centotrentasei favole per bambini si è pian piano inserito nelle novelle di De Luca, e così è  successo che alle cariche della polizia si contrapponesse Giovannino Perdigiorno che  per essere punito deve schiaffeggiare la guardia che lo multa. Si legge: Certo che è  ingiusto, certo che è terribile – disse la guardia- La cosa è tanto odiosa che la gente, per non essere costretta a schiaffeggiare dei poveretti senza colpa, si guarda bene dal fare niente contro la legge.
De Luca ricorda spesso la sua infanzia, con lucidità e senso critico, in: Il pollice arlecchino, a proposito di un’attrezzatura per dipingere che suo padre si  regala per Natale scrive: Era stata una spesa robusta e se ne vergognava per ciò era burbero: “Non si tocca,” disse a noi bambini, aggiungendo un altro articolo all’ordine delle cose proibite. E… Rodari inventa il pulcino cosmico che viene in missione segreta sulla terra e ad un genitore spiega chiaro e tondo che non educa bene i suoi figli. Ancora infanzia quando De Luca scrive del profumo di brioches e altri gas, dove il gas rappresenta la fatica; i grandi che lui osserva lavorando con loro ma in disparte. C’è del rammarico quando scrive: Gli uomini odoravano di esca e di forno. Sentivo in quell’età di essere parte di una comune virilità del mondo, muta, profumata. Da adulto non l’ho ritrovata negli uomini.

Sul titolo del libro: Il contrario di uno, molte frasi ed argomenti ci danzano intorno, come ad esempio nel: Il pilastro di Rozes si legge:”Siamo in due: in parete è molto più del doppio di uno”. In quarta di copertina:Due non è il doppio ma il contrario di uno, della sua solitudine. Due è alleanza filo doppio che non è spezzato. La  solitudine è  presente anche quando non se ne parla, la forza e la volontà di scacciarla anche.

La dedica del libro è: Alle madri, perché  essere in due comincia da loro e, la poesia che segue: Mamm’Emilia è da leggere! impossibile parlarne senza rovinarla.

I bambini che lessero i primi racconti umoristici di Rodari  nel ‘47 e nel 50 li lessero su riviste politiche dei genitori, così Rodari  disse che: Era quasi obbligatorio trattarli diversamente da come prescrivevano le regole della letteratura per l’infanzia, parlare con loro delle cose di ogni giorno, del disoccupato, dei morti di Modena, del mondo vero…

C’è una vecchia zia Ada, nelle favole di  Rodari che finisce al ricovero, che è lontana dai suoi figli e criticata dalle sue nuove vicine, ma lei riesce ancora a dare agli altri e questo la fa stare bene. Ci sono tantissimi personaggi strani e storie impossibili che vi assicuro è stata una delizia immaginarseli leggendo.

Per Erri De Luca è stato molto più complicato. La matassa dei suoi pensieri ho dovuto dipanarla lentamente, per evitare di ingarbugliarmi, mi sono dovuta fermare parecchie volte per disfare nodi che non mi facevano andare avanti, ho dovuto tornare indietro per riprendere bene il filo, ma procedendo con attenzione ho apprezzato la sua sensibilità e sincerità d’animo.

Due autori: Erri De Luca e Gianni Rodari, che mi sento di ringraziare per la loro sincerità, qualità molto ricercata su questo mondo

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La scomparsa delle donne

Marina Terragni è stata brava, nel suo libro: La scomparsa delle donne, c’ è tutta la sua professionalità e competenza, tutta l’esperienza di una vita vissuta intensamente. Si sente, leggendo il suo libro che ci ha ragionato sopra, facendo partecipe il lettore e le lettrici dei suoi pensieri, delle intuizioni, delle realtà e delle possibilità. E’ una lettura accorata e sincera nella quale mi sono rivista diciottenne, travolta dal 68, ventitreenne, mamma e terribilmente sola. Ho letto pensieri che credevo fossero solo miei e trovarli stampati a distanza di tanti anni mi ha fatto bene. Ho ritrovato i libri della filosofa Luisa Muraro e… mi sono ricordata quanto fosse stato difficile per me  leggere : Il Dio delle donne, avevo dovuto leggerlo due volte e sentivo rileggendolo che era giuso che mi sforzassi per capire, era giusto seguire quei pensieri. Si legge di Virginia Woolf che in: Una stanza tutta per se, parla dell’emancipazione femminile.

E’ come se per tutta la sua vita la Terragni avesse pensato a questo libro, come se avesse osservato passo passo il cambiamento della donna: in casa, sul lavoro, nella società, e in particolare  nei rapporti con l’uomo. Ne ha  preso nota, discusso al Circolo della Rosa, si è confrontata con altre donne, ha ascoltato, ragionato, ha vissuto  esperienze personali che le hanno fatto toccare con mano i possibili cambiamenti. Perché si può cambiare, bisogna cambiare altrimenti la vede brutta la Terragni, magari solo provocatoriamente ma la scomparsa della donna, della sua differenza femminile è al capolinea.

Scrive molto anche degli uomini: delle violenze perpetrate sulle donne, delle sue nuove paure, della voglia di cambiamento che sentono anche loro.

Non vi parlerò di tutti gli argomenti che sono trattati e approfonditi in questo libro, perché è meglio che lo scopriate da sole, o da soli.  Il risultato è  un’ analisi imparziale, e soprattutto Marina Terragni ha lasciata aperta la via alla speranza di una proficua collaborazione fra uomo e donna. Per un mondo migliore.

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Beato lui che può

Mi piace come scrive Gianrico Carofiglio e mi piace soprattutto il suo personaggio: l’avvocato Guido Guerrieri protagonista del legal thriller italiano. Ti piacerebbe prender un aperitivo con lui per dirgli che lo capisci… che anche a te capita di sentirti come lui e che anche a te ti hanno lasciata, ti hanno minacciata, ti hanno picchiata, magari solo da un compagno di classe quando eri piccola ma il ricordo è tanto grande che, leggendo le sue avventure ti ci ritrovi e sei contenta quando lui ce la fa, vince e tira dritto.

I romanzi di Gianrico Carofiglio : “Testimone inconsapevole” del 2002 – “Ad occhi chiusi” del 2003 -”Ragionevoli dubbi” del 2006 – si aggiunge nel 2005 il Premio Bancarella con “Il passato è una terra straniera”. Per ognuno di questi romanzi si prospettano scenari e personaggi diversi fra loro, ma i rapporti umani, le riflessioni, i dubbi e le paure sono sempre presenti. In ” Ragionevoli dubbi ” per esempio il nostro Carofiglio fa dire a Guerrini: ” Avevo voglia di scappare via, adesso. Via da quella inattesa fragilità, da quella disperazione, da quel senso di sconfitta”.

Si sfoga l’avvocato Guerrini prendendo a pugni il sacco. Si libera dalla depressione, si innamora, si ritrova solo, mangia bene e beve meglio ma… altre volte no! e via così fino all’incontro con il suo vecchio amico Tancredi che lo aiuta in un’indagine. Fino a quando si rende conto di quanto la sua segretaria sia preoccupata per lui. Fino a quando decide che non è poi così importante una certa cosa… Un personaggio che si permette di farti leggere i suoi pensieri e resti stupito, perlomeno la prima volta, quando alla fine del discorso si legge: “Ma non dissi così”. Tutti noi vorremmo dire…. ma lo pensiamo soltanto, lui invece, l’Avvocato Guerrini se lo può permettere. Beato lui che può

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Il biglietto di Lucia

Le motivazioni sono forti e quello che hai visto non riesci a cancellarlo: ti ricordi la penombra, la serata tiepida, la gente che passa frettolosa e quel pensiero:” Ma cosa sta facendo?”. La necessità di scrivere sorge spontanea, ma trovare le parole giuste per raccontarlo è stato difficile. Come tutte le prove difficili, conclusa la stesura del racconto:” Il biglietto di Lucia”, mi sono sentita serena.

Racconto tratto dal libro: “Strettamente Personale”

IL BIGLIETTO DI LUCIA

Preambolo
Un ragazzo accovacciato nella penombra di un androne, forse si stava drogando.
Il peggio è stato voler credere che così non fosse.
Comincia tutto come una molla che va caricandosi: immagine su immagine, parola con parola, pensiero dopo pensiero.
Quello che succede sembra che non ti riguardi, non ti viene nemmeno in mente che possa toccarti personalmente. Poi, quando la molla è a fine corsa e scatta, ti colpisce con tutta la sua forza, ti lacera, ti fa male, ti fa piangere e soprattutto ti fa riflettere. E a quel punto non sei ancora in pace per inventare, per raccontare, per scrivere, per dare corpo.
Ci vorrà del tempo per elaborare tutta la tristezza, molto tempo, perché… la Vita lo merita.

Era penoso ritrovare quel biglietto disegnato a mano: un gattino piegato a squadra che si scappellava in ringraziamenti e sorrisi. Le ricordava quello che avrebbe potuto fare e che non aveva fatto. Più di una volta aveva pensato di buttarlo ma le pareva brutto, visto che quel biglietto di ringraziamento era l’ unico ricordo che le fosse rimasto di Lucia. Buttandolo non si sarebbe certo dimenticata di lei ma… non lo fece, lo ripiegò, l’infilò nella busta bianca e lo rimise nel cassetto, dove, non si sa fra quanto tempo, le sarebbe ricapitato nelle mani. Come a riprendere un pezzo di vita passata che si era interrotta, troncando per sempre un possibile futuro per Lucia.
Era un piccolo pezzo di vita, lungo solo ventitré anni. E lei, Carla, c’ era entrata in primavera, per caso, due anni prima.

“Ecco, questo è il laboratorio, venga due volte alla settimana per tre ore e veda di pulire quello che può senza spostare niente, di là c’è l’ufficio e il bagno, anche lì non tocchi niente!”.
Parlava sul serio quel signore o stava scherzando? Come avrebbe potuto pulire un posto del genere senza spostare niente?
Lo scantinato è fresco, l’odore della colla prevarica su quello dei colori a tempera che riempiono per metà un tavolo, le latte sono quasi tutte aperte e dai bordi sbrodolanti si capisce che colore contengono. Il piano del tavolo, montato su due cavalletti è ricoperto di fogli di carta da pacchi, ma il suo colore originale è solo un ricordo, un variopinto guazzabuglio di tinte fa da tovaglia a sagome in espanso di frutta e verdura a cui mancano ancora le sfumature fondamentali per farle sembrare vere; appoggiati su piattini, lì vicino, pennellesse e pennelli di varie misure. Altri tavoli, altri lavori in corso: letterine e numeri trasferibili per comporre un cartello pubblicitario. Cartoncini, lanzette, righe e squadre per creare dime.
Sul tecnigrafo marchi da ingrandire, sulla parete di truciolare c’è agganciato un po’ di tutto, calendario di donna nuda compreso. Le matite e le gomme sono onnipresenti, non mancano forbici e martelletti, graffettatrici, puntine e… sigarette e mozziconi dappertutto, accese, spente, spiccicate per terra, ammontonate nei posaceneri o appoggiate sui bordi dei tavoli, che già riportavano i segni delle bruciature precedenti.
Carla osserva incredula, con occhi sgranati, e solo al termine di quella carrellata veloce si domanda di che colore potesse essere originariamente il pavimento.
Sacconi neri della spazzatura erano agganciati alle manopole dei caloriferi a ridosso delle colonne portanti situate al centro dell’ampio locale. Tre enormi vetrate illuminano: il laboratorio vetrinistico, il caos che lo sovrasta, la vitalità che lo anima e le persone che ne sono gli artefici.
Fra tanti ragazzi e ragazzotti vocianti, una fanciulla silenziosa è china sul tavolo da disegno, sta tracciando su di un foglio il viso di una bambina con i codini. Il tratto è leggero ma senza incertezze, la mano procede disinvolta lasciando sul foglio un viso sbarazzino con tanto di lentiggini.
Una fanciulla silenziosa, così l’aveva subito qualificata Carla ma per le due ore successive i suoi pensieri furono concentrati su quello strano laboratorio da pulire.
“Senza spostare niente!”.
Solo nell’intervallo di mezzogiorno, mentre gli altri uscivano per prendersi un panino al bar, Lucia si era presentata e le aveva chiesto di fermarsi con lei a mangiare mentre stendeva un canovaccio sul tavolo di legno e ci appoggiava: la frutta, lo yogurt e un cucchiaino.
“Ho un panino in borsetta”. Rispose Carla e si sedette accanto a lei sbirciando meglio il volto della bimba con i codini.
“È bello, sei molto brava”.
“Se ti piace puoi tenerlo, è solo un bozzetto”.
“Sì lo prendo, ti ringrazio”.

Avrebbe ripensato un’infinità di volte a quel primo incontro con Lucia.
A tutti quei messaggi che già c’erano e che lei non aveva saputo cogliere.
Il corpo esile, la carnagione pallida, il viso triste, un tentativo di approccio con una estranea, una richiesta di compagnia.
Ricordava anche la sua gentilezza nel farla sentire a suo agio, anche se in fin dei conti lei era solo la ragazza delle pulizie. Forse si era fatta distrarre da questo, forse si sentiva lusingata e fin da quel momento più che pensare a Lucia aveva pensato a se stessa.
Per un anno, il martedì e il venerdì, Carla si immergeva a capofitto in quel laboratorio. Per star dietro a quel caos, aveva preso lo stesso ritmo delle persone che ci lavoravano, considerava che fosse l’unico modo possibile. Loro finivano di colorare e lei ritirava subito i pennelli per metterli a bagno, chiudeva le latte di colore, cambiava la carta sui tavoli e quando aveva finito, in un altro tavolo si erano ammucchiati sfridi di carta e cartoncini. Se il materiale sotto pressa era pronto e lo infilavano negli scatoloni, lei con una spatola, alla quale aveva applicato un manico di scopa, staccava dal pavimento le chiazze di colla e di colore.
Due tavoli venivano accoppiati per un lavoro grande… lei si presentava con scopa e paletta dove prima non poteva arrivare.
Aveva preso in parola quello che le avevano raccomandato il primo giorno “Pulisca quello che può senza spostare niente”. Non eseguiva mai nell’arco della giornata un lavoro uguale a quello precedente come se la frenesia della creatività di quel luogo avesse contagiato anche lei.
Con i vetrinisti parlava poco, ma si intendevano egualmente: lei non li disturbava mentre lavoravano e loro non la infastidivano.
Solo Lucia la faceva partecipe dei lavori che stava portando avanti: nascevano, crescevano e poi sparivano in fiera o in qualche negozio. Carla sapeva di non essere nessuno là dentro, ma quando “un’opera d’ingegno” come esclamavano scherzando i vetrinisti, varcava la soglia del laboratorio, lei si sentiva orgogliosa di lavorare lì.
Le piaceva anche ascoltare Lucia, quando, nei suoi momenti migliori, le raccontava dei capolavori artistici di cui è ricca l’Italia, come se oltrepassata la porta di sesamo lei le illustrasse le meraviglie di quei tesori. I mosaici di Ravenna, gli affreschi nelle chiese, le sculture, i cieli di Giotto, i quadri del Mantegna. Le descrizioni di Lucia si trasformavano in immagini, ma i nomi di quegli autori famosi spesso si confondevano nella mente di Carla. Così quando in laboratorio capitava che rimanessero sole e il silenzio fosse assordante Carla, avendo capito che l’argomento arte riusciva ad animare Lucia, cominciava a domandare di questo o di quell’altro pittore. Dire che loro due, dopo un anno fossero diventate amiche era forse troppo. Anche se Lucia le aveva raccontato molto di sé, era come se a Carla mancassero i capitoli più importanti della sua vita. Sapeva che aveva un fratello minore, con il quale aveva condiviso la perdita della madre quando ancora erano piccoli, sapeva del padre professore universitario sempre impegnato, della nonna materna che li aveva allevati, del liceo artistico che lei aveva abbandonato, dell’ultimo ragazzo che le faceva un filo spietato, conosceva addirittura gli esiti degli ultimi esami del sangue che aveva dovuto controllare per una brutta epatite che si era presa.
Nonostante Carla avesse capito che molto di Lucia le fosse ancora sconosciuto provava per lei una simpatia mista a tenerezza. Le piaceva starle vicino, sentire il suo profumo di borotalco, osservare quel viso acqua e sapone, apprezzava il suo modo semplice di vestire, ma quello che proprio la faceva impazzire erano i suoi sorrisi: lievi, appena accennati, i muscoli del viso si modellavano sorretti dalle labbra che si schiudevano in un breve attimo. Sorrisi rari, e proprio per questo Carla aveva capito quanto fossero importanti.

Sapevano di avere la stessa età ma solo a maggio, scoprirono di compiere gli anni lo stesso mese, e per Lucia bisognava aspettare fino al venti.
“Festeggiamo insieme! Io penserò ad un regalo per te molto artistico! E tu naturalmente dovrai pagarmi da bere”.
“Ok, disse Lucia, io pago da bere e sarai tu, questa volta, a pensare all’arte!”.
“Artistico… un regalo artistico, ma cose le regalo, un Picasso? Artistico… Mia zia dice che sono un’artista nel preparare i ravioli con la ricotta e gli spinaci! E io le preparo i ravioli con la ricotta e gli spinaci. Vediamo un po’ che faccia farà. Speriamo che sorrida!”.
Il 20 maggio.
“Senti Lucia, io mi sono spremuta al massimo e l’unica cosa di artistico che ho saputo creare per te, la troverai questa sera a casa mia, alle otto”.
“Non potevi portarmela qui?”.
“No! Si raffreddano”.
“Si raffreddano?”.
“Sì, si raffreddano!”.
Davanti al suo capolavoro non solo sorrise, a momenti si metteva a piangere, perché diceva che l’ultima volta che aveva mangiato i ravioli fatti in casa, glieli aveva preparati la sua nonna, che adesso è tornata a vivere nelle Marche.
Fu una bella serata, il vino dolce che la festeggiata portò contribuì notevolmente a rallegrare gli animi e le guance di Lucia divennero lievemente rosse.
La settimana successiva, inaspettatamente, nella casella della posta, Carla trovò un biglietto indirizzato a lei, aprì la busta mentre saliva le scale e rimase piacevolmente sorpresa quando vide disegnato all’interno un gattino piegato a squadra che si scappellava in sorrisi: nel fumetto, sopra la sua testa, c’era scritto un numero infinito di grazie, grazie, grazie. Carla gongolava, la cena per festeggiare il loro compleanno era ben riuscita ma non si aspettava certo un ringraziamento scritto. Il martedì successivo, in laboratorio si abbracciarono e la loro amicizia sembrò essere più profonda.
A settembre Lucia lasciò lo studio vetrinistico, voleva riprendere le scuole e Carla fu felice per lei anche se il laboratorio adesso non era più lo stesso. Continuarono a sentirsi per telefono ma… sempre più di rado, fino a perdersi di vista completamente.
Una gita organizzata a Mantova per febbraio fece rinascere il desiderio a Carla di risentire la sua vecchia amica. In laboratorio le aveva parlato tanto del Mantegna, del castello e di altre meraviglie che Mantova poteva offrire.
Chissà se Lucia sarebbe venuta con lei a Mantova?
Provò a telefonare.
Rispose il padre: “Lucia non c’è, è nelle Marche dalla nonna, lei è una sua amica?”.
Gli aveva spiegato chi fosse e il motivo della telefonata, lui l’aveva riconosciuta: Lucia aveva parlato di lei in casa.
Ci fu un attimo di silenzio, poi lui riprese a parlare. L’informò che Lucia non stava troppo bene e quando sarebbe tornata l’avrebbe fatta chiamare, aggiunse anche:
“Mi raccomando, le stia vicina”.
“Sì, senz’altro”, aveva risposto lei.
Non stava troppo bene? Non è mai stata troppo bene! Doveva starle vicina, lei… ma se non si vedevano da sei mesi! Quella ragazza ha sempre avuto qualche grana ma lei non era mai arrivata a capire di cosa si trattasse.
Passò febbraio, marzo, aprile ed arrivò maggio, in laboratorio c’era il solito trambusto, merce che rientrava, lavori che uscivano, chi partiva per Genova con un camion di roba, chi rientrava dalla fiera di Milano. Le squadre si incrociano e si scambiano notizie e novità. Raccontato fra un discorso e l’altro, Carla isola quella che doveva essere una normale notizia di cronaca: “Dì, lo sapete di quella tizia che lavorava qui? L’hanno trovata morta ieri nel bagno di casa sua”.
“Ma chi, quella drogata?”.
“Sì, come si chiamava… Lucia”.
Quelle parole le fecero l’effetto di un grosso pugno nello stomaco, il dolore fu così intenso che dovette sedersi. Stupida, stupida che non era stata altro, possibile che non ci fosse arrivata da sola, possibile che non si fosse accorta. Come aveva potuto essere così ingenua. Stupida, stupida, stupida, si ripeteva, e cominciò a piangere a dirotto.
“Ma cos’hai? Perché piangi, non lo sapevi che quella si faceva?”.
“Cretino, non chiamarla Quella, voi non sapete niente di chi era Lucia, non sapete niente di come fosse sensibile, non sapete un cavolo di niente voialtri”.
“E già, sa tutto lei, ma se non sapevi nemmeno che si drogasse”.
Il pianto e i singhiozzi la fecero tacere ma i rimorsi le gridavano dentro.
Perché non hai più telefonato, ti aveva ricordato suo padre che non stava bene, ti aveva chiesto di starle vicino, quanto tempo hai lasciato passare senza interessarti? Siamo a maggio, e il suo compleanno? Te lo sei dimenticato? L’hanno trovata morta nel bagno, con una siringa nel braccio, magari le bastava che qualcuno si ricordasse del suo compleanno e invece era sola in casa quel giorno.

Adesso Carla non poteva fare più niente, niente di niente. Lucia non c’era più, erano spariti i suoi gesti delicati, i suoi abiti semplici e il profumo di borotalco era svanito con il suo dolcissimo sorriso.
Non l’avrebbe mai più rivista.
Ritrovava invece, ogni tanto, nel cassetto della biancheria la busta bianca contenente il biglietto disegnato a mano da Lucia. Nel fumetto, il gatto piegato a squadra ripeteva un’ infinità di: Grazie, grazie, grazie, grazie…

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