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La premessa

Giovedì 8 marzo ore 19. Le donne si raccontano. Una serata tra note, parole e immagini con le amiche dell’ A. I. S. M. Partecipano Anita Mandelli e Claudio Mella. Siamo felici di invitarvi all’ Apericena di apertura. Ingresso libero

Sono appena rientrata dal Punto d’Incontro del comune di Maccagno. E’ stata una bella serata organizzata dall’Associazione italiana Sclerosi multipla (in pratica dai volontari della nostra zona). E’ stata una serata istruttiva, toccante e anche allegra. La maggior parte dei partecipanti era al corrente delle problematiche della malattia e chi, come me, ne sapeva poco ne è uscita arricchita da tanta solidarietà, dal tanto impegno dei volontari, da tanta fatica per raggiungere obbiettivi a beneficio dell’ Associazione. Si respirava una bella aria… e fra una testimonianza e una poesia di Alda Merini e Pablo Neruda, fra un resoconto dell’Associazione e musica, fra diapositive e canzoni di Fabrizio de Andrè, la serata è volata in leggerezza e positività. Non sembrava mancasse nulla: la sala era piena, il Sindaco ha fatto il discorso, il rinfresco offero dallo sponsor, gardenie e ortensie acquistate per beneficenza, sorrisi, baci, abbracci, eppure… mi ha fatto male constatare che i maccagnesi presenti fossero veramente pochi. Questa volta è stato tradito il vero significato del luogo. Nel “Punto d’Incontro”, l’incontro è mancato, e i maccagnesi hanno così perso una buona occasione e… peggio per loro.

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Probabilmente è una storia conosciuta da molti, anche se si è svolta fuori dall’ Italia ed è collocata nel passato. I suoi protagonisti sono molteplici e i fatti abbracciano l’arte e purtroppo anche la tragedia dell’olocausto. Insomma una trama complicata ma tanto affascinante da farmi venire voglia di raccontartela. Ma… potrei sbagliare un nome o dimenticare una data oppure omettere un fatto cruciale, e… siccome la storia è vera, la responsabilità è tanta. Quindi, questa storia, di cui ho appena visto il film “Donna in oro”, cercherò di riassumerla qui per iscritto e… pazienza se altri la conoscono già.

Non avere discendenti maschi è stato un problema che non ha riguardato solo le famiglie reali. Nel nostro caso, per accontentare il banchiere Moriz Bauer che non aveva avuto figli maschi, la famiglia della figlia, Maria Teresa Bauer, sposando Gustav Bloch amplil cognome in Bloch-Bauer. La ricca famiglia ebraica dei Bloch-Bauer viveva in pace e d’accordo nella stessa palazzina al centro di Vienna con il fratello Ferdinand sposato ad Adele Bauer; questi ultimi si occupavano dell’industria dello zucchero, ereditata dal padre di Ferdinand, e non ebbero figli, mentre Gustav Bloch era avvocato e con la moglie Maria Teresa aveva avuto 3 figli: Leopold, Luis, e Maria; Maria in particolare era molto affezionata alla zia Adele, che dal canto suo non mancava di affetto ed attenzioni per lei. Tutti in famiglia erano appassionati di arte e musica: a casa loro si riunivano, oltre che a politici influenti, anche artisti del calibro di Johannes Brahms, Richard Strauss, Wagner, Gustav Klimt e molti altri. Siamo all’incirca nei primi del ‘900.

Ti ricordi la stampa del quadro Il Bacio di Gustav Klimt appesa in camera? Questo pittore è importante per questa storia. E… le altre due stampe con i mosaici di Ravenna? Anche quelli c’entrano, perchè Klimt, dopo essere andato a Ravenna per due volte nel 1903, rimane affascinato dai suoi maestosi mosaici bizantini e dall’oro musivo che gli ricordano i lavori del padre e del fratello, che erano orafi. Questa esperienza cambierà il suo modo di dipingere: verrà chiamato il suo periodo d’oro. A Vienna è il 1907 quando la signora Adele BlochBauer commissiona al pittore Gustav Klimt un suo ritratto che diventerà famosissimo, forse più del Bacio che conosci tu, perchè fu al centro di una storia rocambolesca, che si concluse solo nel 2006… quando tu compivi 2 anni!

Chi? Dove? Come? Quando? Perchè? Queste erano le nostre regole per inventare storie quando eri piccola, una io e una tu. Se la storia non rispondeva a tutte le domande, non era valida.

Ma chi è il soggetto di questa storia? Gustav Klimt che dipinse il quadro? Adele Bloch-Bauer che ne fu modella e committente? Il quadro stesso? O chi altri, visti i personaggi già citati e altri ancora che verranno?

Per capire, bisogna tornare in casa Bloch-Bauer, e osservare la timida e piccola Maria, che viene invitata dalla zia Adele ad allacciarle al collo una sontuosa e particolarissima collana tempestata di pietre preziose, la stessa collana indossata nel ritratto eseguito da Klimt, che troneggia sulla parete del salone. La zia non ha figli e Maria è la sua prediletta: le parla, l’ ascolta e la sprona a non aver paura. Quando la zia Adele morirà prematuramente di meningite nel 1925, Maria ha 9 anni e la sua perdita le peserà tantissimo. Gli anni passano, siamo nel 1937, il clima politico è ostile agli ebrei e lo zio paterno di Maria, Ferdinand, fugge prima in Cecoslovacchia e, all’incalzare dei nazisti ripiega in Svizzera dove presso una banca, tramite un fondo fiduciario, trasferisce tutti i suoi interessi pensandoli al sicuro. Non sarà così perchè la banca svizzera, anziché proteggere i suoi beni, li cederà sotto pressione del governo austriaco a persone di fidata razza ariana. Ferdinand prima di fuggire sprona il fratello Gustav a fare altrettanto, ma questi, incredulo di quello che sta già succedendo, rimane in balia della barbarie nazista. Maria, il giorno prima che lo zio parta, si sposa con Frederick Altmann, un cantante lirico. Il matrimonio è celebrato con grande sfarzo in casa Bloch-Bauer. Terminata la cerimonia Maria Altmann riceve dallo zio Ferdinand come regalo di nozze la famosa collana della zia Adele. Gli sposi partono in viaggio di nozze per Parigi, ma quando tornano la situazione è precipitata; anche il fratello di Frederick, Bernhard Altmann, è fuggito in Inghilterra lasciandogli la gestione della sua fiorente industria tessile. Sono momenti tremendi: i nazisti terrorizzano, uccidono, torturano, deportano, fanno prigionieri; ricattano Maria, deportando a Dachau suo marito, al fine di accaparrarsi tutti i beni di famiglia. Anche Palais Elisabethen dei Block-Bauer nel 1939 viene derubato di tutto. I quadri finiranno in collezioni private e ne beneficiarono anche il dittatore Hitler e il generale Göring. Il resto fu venduto. Alcuni quadri di Klimt, compreso il ritratto di Adele Blok-Bauer, finirono alla Galleria Belvedere di Vienna dopo vari passaggi.

Non c’è più tempo… se vogliono sopravvivere i giovani sposi devono fuggire subito. Solo nel 1941, dopo diversi trasferimenti, riescono finalmente a stabilirsi negli Stati Uniti, dove, nel 1945, otterranno la cittadinanza statunitense. Due anni prima il cognato Bernhard Altmann, anche lui negli Stati Uniti dal 1939, avvia un’attività tessile nella quale coinvolge, per la vendita dei capi in cashmere, anche Maria e il fratello. Gli affari vanno benissimo per tutta la famiglia, ma quando nel 1955 Bernhard si ritira, a Maria non resta che il suo negozio di abbigliamento. Con suo marito cresce i tre figli e la sua vita si avvia alla normalità. Le tragedie delle persecuzioni antisemite sono finite, e nonostante tutto lei si ritiene fortunata perchè ne è uscita viva.

Alla luce di quello che ti ho raccontato fino adesso, alla domanda: “Chi?” Posso risponderti: “Per il momento è Maria la protagonista”. Ma la storia continua. Alla domanda: “Dove?” E’ più facile risponderti: “Siamo partiti da Vienna, un viaggio di nozze a Parigi, deportazioni a Dachau e per fuggire dai nazisti altri spostamenti in Svizzera, in Inghilterra, negli Stati Uniti, e come vedremo più avanti anche il Canada e nei dintorni di Praga. Ma sarà Vienna il luogo prescelto e per più di un motivo. Anche se la nostra protagonista Maria Altmann aveva giurato che non ci sarebbe mai più tornata”.

La guerra è finita e Leopold, fratello di Maria, che si era rifugiato con la mamma a Vancouver in Canada, tenta di recuperare i beni di famiglia, ma a Vienna non vogliono sentire ragioni e i suoi tentativi andranno falliti. Bisognerà arrivare al 1998, quando il giornalista austriaco Hubertus Czernin, potendo consultare gli archivi del Ministro della Cultura, viene a capo di un mistero che fino a quel momento aveva impedito ai Bloch-Bauer di tornare in possesso del dipinto di Gustav Klimt intitolato: “Ritratto di Adele Bloch-Bauer”. Hubertus scrive un libro nel quale si scopre che il proprietario del quadro è ancora lo zio di Maria Altmann, Ferdinand, anche se sua moglie Ada avrebbe voluto lasciarlo in eredità alla Galleria del Belvedere di Vienna; ma Ada era morta nel 1925 quando il quadro ancora apparteneva alla ricchissima dinastia degli industriali Bloch di origine ebraica. Mai Ada avrebbe immaginato gli orrori della guerra e che i nazisti, dopo il furto, avrebbero cambiato il titolo al suo ritratto, perchè lei era ebrea, chiamandolo “La donna in oro”. Mai avrebbe immaginato che la sua collana, ritratta nel quadro, finisse sul collo della moglie del generale tedesco Göring.

Non tutto è perduto, pensò Maria Altmann quando venne a conoscenza di questi fatti, tanto più che lo zio Ferdinand, spogliato di tutto dai nazisti, aveva comunque, prima di morire, fatto testamento: aveva lasciato tutto ai 3 nipoti, compreso un castello fuori Praga che gli era stato confiscato dal generale tedesco Reinhard. Non tutto è perduto, continuò a pensare Maria, quando venne a conoscenza del fatto che il governo austriaco, per cercare di rimediare ai furti perpetrati dai nazisti ai danni degli ebrei, permetteva la restituzione delle opere d’arte. E qui di seguito il “Come” Maria si impegnò a rientrare in possesso del ritratto della zia Ada. La pubblicazione del libro di Hubertus Czernin la fece illudere che presto avrebbe ottenuto quello che voleva, anche perchè ormai aveva 83 anni. Per risolvere la questione si affidò al giovane avvocato Randol Schonberg, persona fidata, perchè figlio di amici e nipote di un famoso compositore ebreo, anche lui fuggito da Vienna. Maria pensava di cavarsela inviando l’avvocato a Vienna e, quando capì che la sua presenza sarebbe stata indispensabile, tutti i fantasmi del passato si ripresentarono e dovette fare appello a tutte le sue forze per ritornare di nuovo a Vienna. In quell’aula, quel giorno, erano in molti gli ebrei che rivendicavano il possesso dei loro averi: tutti raccontarono con molta fatica cosa fosse successo e in che modo fossero stati derubati di tutto: per primo ci tolsero la dignità, poi l’identità culturale, la libertà e i beni terreni. Altri raccontarono delle vite dei loro parenti rubate per sempre, altri ancora viaggiando nei ricordi del passato non poterono fare a meno di piangere. Quando a parlare toccò a Maria Altmann, fece un discorso lucido e concreto; disse fra l’altro che avrebbe donato volentieri alla Galleria del Belvedere di Vienna il quadro della zia Adele, essendo questo un simbolo per Vienna, ma che voleva le fossero restituiti tutti gli altri. Il comitato per la restituizione rifiutò la sua offerta e le propose in cambio dei bozzetti di Klimt e delle ceramiche. Maria rimase esterefatta e chiese al suo giovane avvocato di intraprendere un’azione legale contro il governo austriaco. Ma il governo pretendeva una tassa di deposito esorbitante, visto il valore dei quadri contesi. Non disponendo di quella cifra, Maria rinunciò all’azione legale e tornò negli Stati Uniti con il suo giovane avvocato.

La storia non è ancora finita e vorrei soffermarmi su di un preciso momento di questa complicata avventura, rispondendo così alla domanda “Quando?” E’ chiaro che le date sono tante e anche molto importanti se pensiamo all’avvento del nazismo, o alla fine della guerra e a molti altri eventi; c’è infine un momento in cui il giovane avvocato Randol Schonberg rimarrà sconvolto tanto da sentirsi male fisicamente. Rientrato negli Stati Uniti dirà alla moglie: “E’ successo qualcosa a Vienna, ho vissuto attraverso i ricordi dei sopravvisuti dell’olocausto delle emozioni fortissime, solo adesso ho capito, anche se già sapevo tutto.” E’ in quel preciso momento, cara nipote, che attraverso la memoria diretta dei sopravvissuti lui prende coscienza, si sente partecipe, soffre, e finalmente capisce. Non sempre sapere vuol dire capire, e se attraverso la memoria possiamo capire, puoi immaginare quanto sia stato importante quel momento e quanto sia importante la memoria: Per primo ci tolsero la libertà, la dignità, l’identità culturale e i beni terreni. Altri raccontarono delle vite dei loro rubate per sempre, altri ancora viaggiando nel ricordo del passato non poterono fare a meno di piangere. Per Randol Schonberg, giovane e inesperto avvocato, non sarà più una questione di vincere o perdere, non importano i soldi, non importa il suo prestigio, vuole giustizia. Quando finalmente trova un modo per far svolgere il processo negli Stati Uniti la signora Maria Altman ha 88 anni e lui si rende conto che non c’è tempo da perdere e propone perciò un arbitrato da tenersi a Vienna. In pratica, tre persone si riuniscono, leggono le ragioni delle due parti e poi decidono, naturalmente una persona a favore della Altman, una a favore del governo austriaco e una terza neutrale. Il giovane avvocato non scrive, fa un discorso, talmente toccante da far decidere che Maria Altmann ha ragione e le saranno restituiti tutti i suoi quadri. La storia è finita, ma in realtà è molto più complicata di come l’ho raccontata, perchè forse avevo paura di annoiarti, ma se ti piacesse saperne di più, fai come me che dopo aver visto il film “Donna in oro” ho trovato in rete il Blog: “Da Vinci Experience”, che racconta dettagliatamente questa storia. E meno male, altrimenti come avrei fatto a ricordarmi tutti i passaggi, i nomi e le date!

Chi? Come? Dove? Quando? Questa storia non è ancora valida, devo ancora rispondere alla domanda più difficile, perchè la guerra?

Sono talmente tante le risposte che non saprei da che parte incominciare, eppure sappi, che alcune guerre sono state scatenate inventandone il motivo, solo perchè le si voleva combattere. Nessuna ragione può essere valida per muovere guerra contro altre nazioni, nessuna, e, fra l’altro, quelli che decidono le guerre mandano gli altri a combatterle.

Sulle guerre posso dirti solo una cosa: è solo prima che si possono evitare. Ti assicuro che ci vuole molto coraggio anche per questo. Non è un caso che i primi morti voluti da Hitler, nella seconda guerra mondiale, fossero proprio i suoi connazionali che gli si opponevano. Loro avevano capito e sapevano quanto sarebbe stato pericoloso. E oggi? Come nonna mi sento in dovere di avvisarti: E’ la difesa della nostra democrazia che non ci farà ricadere nella dittatura. E’ la cultura, la libertà di informazione, è il sapere che ci permette di capire e valutare per il meglio; ma questo non basta. Bisogna impegnarsi affinchè l’ignoranza non trionfi, bisogna non sottovalutare cori razzisti indegni, episodi esecrabili: chi li commette ignora, non sa, non ha memoria. Non può l’ignoranza crescere, unirsi in gruppo e per questo sentirsi forte ed orgogliosa. L’ignoranza è solo una fabbrica di pecoroni pericolosissimi. Perchè tanta ferocia nei confronti degli ebrei? Questa è una domanda che mi facevo anch’io da ragazzina. Nel frattempo ho visto un sacco di documentari e letto molti libri in proposito. In Germania gli ebrei, prima della guerra, occupavano posti importanti, erano industriali, banchieri, professori universitari, erano ricchi e questo non andava bene ad Hitler che con la scusa della razza ariana li ha derubati di tutto. E’ brutto dirlo, ma i treni che partivano per i campi di concentramento stipati di ebrei ritornavano pieni di merce che gli era stata sottratta. Ed è solo una briciola di quello che i nazisti gli hanno rubato. Questo è solo un particolare, ma la ferocia agghiacciante, quella, è stata disumana e non c’è un perchè che lo giustifichi. Oggi, non dimenticarlo, tenere viva la memoria, potrà forse evitare altre catastrofi come quella dell’olocausto.

Questa storia mi ha dato l’opportunità di parlarti non tanto della guerra, ma di come sia importante darsi da fare per evitarla. Ma la parte più leggera del racconto riguarda Gustav Klimt. E siccome ultimamente mi hai raccontato con entusiasmo come a scuola ti abbiano insegnato a leggere e riconoscere un quadro impressionista, sono certa che troverai interessanti alcune notizie su di un gruppo di giovani artisti che a Vienna nel 1897 fondarono “La secessione Viennese”. Devi sapere che il pittore Gustav Klimt, nel 1888 era già considerato un bravissimo pittore tanto da ricevere dal suo imperatore Francesco Giuseppe una benemerenza ufficiale. Ma lui, cercò sempre di migliorarsi, di trovare nuovi modi per esprimersi e con un gruppo di amici nel 1897 fondò “Il secessionismo viennese”, Un’arte fuori dalla classicità contemporanea, controcorrente ed innovativa. Naturalmente furono criticati per questo, ma loro perseverarono in quello in cui credevano, tanto che il palazzo della secessione Viennese progettato dal giovane architetto Joseph Maria Olbrich fu deriso, sbeffeggiato e paragonato ad “un gabinetto”. Oggi è il museo più visitato a Vienna!

Se vuoi, adesso tocca a te, le regole sono le stesse: Chi? Come? Dove? Quando ? Perchè. Sarò felice di ospitarti sul blog.

Bacioni nonna Lella

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Le stelle di Monica Tosetto non sono delle stelle qualsiasi, come non è qualsiasi il suo romanzo. La casa editrice L’Erudita lo ha capito, pubblicandolo con un titolo altrettanto intrigante: “Stelle binarie”. Le due stelle: Selvaggia e Barbara sono le protagoniste, le loro vite corrono parallele come le stelle binarie. Il bello di questo romanzo, che non vi racconterò, è appunto il modo in cui sono congeniate le due storie. L’autrice dopo una visita all’Osservatorio Astronomico “G. V. Schiapparelli “ di Varese ha avuto un’ intuizione geniale : far procedere le protagoniste come se fossero due stelle della stessa galassia: Nana bianca e Gigante rossa, a volte lontane fra di loro a volte vicinissime, stelle binare appunto, che in un orbita comune arriveranno a toccarsi e… A prima vista, potrebbe sembrare uno stratagemma tirato per i capelli ma bisogna leggere il libro per capirne la profondità, per apprezzarne i paragoni, per coglierne le adeguatezze. Nel capitolo: Orbite comuni, le protagoniste che ancora non si conoscono frequentano lo stesso centro medico. Per raccontarlo la Tosetto inizia con un preambolo evidenziato: “Nel complesso sistema orbitale, due stelle binarie strette o interagenti sono coppie di stelle legate intorno ad un comune centro di massa e la loro distanza è di poco superiore alla somma dei loro raggi. Interagiscono anche fisicamente con uno scambio di materia tanto da stravolgere la loro evoluzione nel tempo. E poi scrive il suo capitolo. La trama in un romanzo è fondamentale ma saperla raccontare lo è ancora di più. Quello che ho apprezzato in queste pagine è la chiarezza dell’atmosfera che si respira, mano a mano che le situazioni si intrecciano e si districano, Monica Tosetto usando una scrittura scorrevole riesce a farci sentire le paure, le ambizioni, la volontà, la rassegnazione, i desideri, l’inadeguatezza. Usa metafore, paragoni, parallelismi e per descrivere una gioia strabordante non esita a paragonarla ad una donna di Bottero. Un’attenzione particolare va alla frase scritta sul segnalibro del suo romanzo: “ Sei una Nana Bianca o Gigante Rossa? La vita decide per chi non sa decidere”. Penso che qusta frase sia da attribuire a quello che l’autrice ha detto a proposito del suo libro: “Il vero messaggio che voglio trasmettere con il mio romanzo è proprio quello di non aspettare che qualcuno ci conceda una seconda opportunità, dobbiamo essere noi a crearcela, diventando così artefici e tenendo tra le mani il nostro destino.” La dedica di questo libro è: “Alla mia vera Selvaggia, la supernova più brillante. Solo per questa frase aggiungerei: ” Un libro sulla Speranza”. Un romanzo, due storie, un finale stellare. Complimenti a Monica Tosetto, aspettiamo il suo secondo romanzo.    

Il 27 Dicembre 1947, 70 anni fa,  avveniva la promulgazione della Costituzione della Repubblica Italiana.

Che sorpresa, che onorelo avevo conosciuto attraverso le pagine di Repubblica e ascoltato nella trasmissione Babele e adesso era lì davanti a me. Ma come è stato possibile!? Una sera, esattamente il 14 novembre, mentre ascoltavo la musica di Piovani ed ero comodamente seduta in poltrona un fascio di luce illuminava la prima pagina del suo libro che tenevo sulle gambe. Sono bastate poche righe e il tono confidenziale della sua scrittura mi ha affascinata. Come se mi fosse seduto accanto e cominciasse il suo discorso scusandosi per averlo scritto, questo libro… forse lo si sarebbe preso per un esibizionista o, ancora peggio, avrebbe corso il rischio di essere noioso…ma la tentazione di raccontare, mi confidava, era stata forte e aveva dovuto seguirla. Continuavo a leggere rapita da tanta spontanetà e già pensavo:Ma figuriamoci, Corrado Augias noioso, esibizionista?  Mi veniva voglia di incoraggiarlo: “su… su… non faccia così, una persona a modo come lei, con la sua esperienza, cultura e capacità professionale può solo far bene”

Avevo ragione! Il suo ultimo libro intitolato “Questa nostra Italia-luoghi del cuore e della memoria” è uno di quei libri di cui,  una volta aperti,  non vorresti mai interromperne la lettura. Parla delle città italiane, ripercorre la loro storia, racconta dei tesori d’arte e con la convivialità che lo contraddistingue ci fa partecipi dei suoi ricordi d’infanzia legati al dopoguerra. La storia con la esse maiuscola è sempre ben documentata con dovizie di date, nomi e fatti. Si parla molto d’Italia, di Italiani e di concetto di patria. Scrive a un certo punto, come ad interrompere il discorso, un capitolo dal titolo: “A tavola!” Ma è sempre d Italia e di Italiani che si parla, delle loro diversità e delle loro varie ricchezze. 

Ho preso un sacco di appunti prima di scrivere questo pezzo: Torino la misteriosa, Milano e Giorgio Gaber, Venezia e il Bucintoro, Trieste, Gorizia e qui l’autore non manca di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Genova con i suoi cantautori. Riporta una lettera di Leopardi inviata al padre a Recanati in cui è chiaro il suo sconcerto per gli intellettuali romani di quell’epoca. Approccia Firenze nel 1865-1870 quando è stata capitale del Regno d’Italia, prosegue con Machiavelli e tutti i suoi altri Grandi. Un capitolo è dedicato alle città umbre, ai suoi boschi e colline. C’è la Bologna turrita di Giosuè Carducci e tutto quello che la città ha valorizzato;  Augias la confronta con Roma, che non ha saputo fare altrettanto. Non mancano pagine sulle stagioni dei cambiamenti: nell’editoria l’avvento di Rai 3 e del quotidiano la Repubblica, gli anni 60, il Vietnam, la liberazione delle donne e molti altri avvenimenti. Infine: Rimpianti e nostalgie anche per persone e luoghi di cui non ha parlato. Non mancano foto e un nostalgico profumo di bachelite.

Insomma,  tutti appunti che non è il caso che approfondisca perchè Corrado Augias nelle 343 pagine di “Questa nostra Italia” assolve egregiamente a questo compito dopo aver consultato documenti, visitato città, musei, chiese, e aver letto libri per tutta la sua lunga vita. Riporto solo dal testo poche righe a proposito di Palermo e Napoli ” Anche Palermo, come Napoli, è definita dalla contraddizione. Le due vecchie capitali del regno borbonico in questo sono uguali o meglio: sembrano uguali perchè in realtà le rispettive contraddizioni sono diverse…”.

Riporto anche dalla quarta di copertina: Perché possiamo dirci italiani? A settant’anni  dalla firma della Costituzione, Corrado Augias compie un viaggio nei luoghi della nostra memoria collettiva e in quelli del suo cuore. E scrive il suo libro più personale. Un’opera civile e insieme intima, che scava alla ricerca di un’identità le cui radici affondano nei mille diversi volti di un paese grande,bellissimo e tormentato.

Ecco,  se anche a voi, come a me, piacciono la storia, la geografia, l’arte , la musica, la letteratura e volete passare qualche serata con Corrado Augias non dovete fare altro che leggere il suo ultimo libro “Questa nostra Italia-luoghi del cuore e della memoria”

Sappiatemi dire se vi è piaciuto

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Il corniolo che vedo dalla finestra, in questa stagione è decisamente triste: spogliato del suo verde e senza un fiore. Qualche mese fa, in un sussulto di ultima vita, mentre alcune foglie già si accartocciavano e cadevano a terra, altre brillavano ancora di giallo e di rosso. Oggi 10 dicembre ha un aspetto scheletrico, i due tronchi principali e i molti rami sono di un colore indefinibile. Lo guardo ed è come se non lo vedessi, vedo attraverso di lui, come se fosse trasparente. A pochi metri da lui una maestosa camelia che lo supera in altezza sfoggia le sue lussureggianti foglie color verde scuro e nonostante non piova da molto tempo sono particolarmente lucide in contrasto col grigiore che le sta intorno, è talmente in forma che le estremità dei suoi rami sono colmi di boccioli, a gruppi di due o di tre, alcuni piccoli, altri già gonfi di primavere. Lì fuori, in questi giorni si è abbassata la temperatura, i passerotti cercano nel prato qualche briciola di pane che si contendono con qualche cinciallegra, la gatta s’aggira guardinga alla ricerca di qualche topino di montagna, il pettirosso, che è una nostra vecchia conoscenza, staziona beccando sotto la camelia, pensiamo che tra i suoi rami, questa primavere, abbia messo su casa, forte del fatto che ha a sua disposizione, appesa ai rami, la fornitura gratuita di una palla di grasso mista a semi. E’ prevista neve per domani, abbiamo il nostro daffare: accatastare al massimo la legna sotto la tettoia vicino casa, mettere a portata di mano la pala da neve, gli scarponi, il sacco del sale nell’eventualità di gelate, controllare il generatore di corrente, se andasse via la corrente(capita spesso), le cerate, se la nevicata si presentasse particolarmente bagnata. Il vento dei giorni scorsi ha scombinato i teli antigelo, anche quelli andranno sistemati prima di domani. Sembra tutto sotto controllo, non ci resta che attendere. Il pettirosso scaccia prepotentemente una cinciallegra che vorrebbe approfittare di qualche briciola di grasso caduta sotto la camelia. La scena mi lascia amareggiata e penso al sacchetto con altre 10 palline che sono nel sottoscala. Fuori è già buio e non avrei più voglia di uscire così ci pensa Enrico e in men che non si dica aggancia sui diversi rami le dieci palle. La scena è ancora più triste e sembra non succedere nulla. Lunedi 11 dicembre, il silenzio è totale e lo è anche il bianco intorno a noi, il cielo cupo e grigio lascia cadere fiocchi di neve.

Tutto cambia. Il corniolo oggi è affascinante, maestoso, i suoi rami sono carichi di bianco e nella parte finale di ognuno di loro, dove la ramificazione è più sottile e si apre a ventaglio, la neve è sorretta elegantemente da quella che sembra una mano aperta a coppa. E’ bellissimo

Tutto cambia. La camelia oggi ha piegato alcuni suoi rami creando al suo interno dei vuoti innaturali, accumuli di neve qua e là la scompongono, le tolgono la forza della sua compattezza. E’ disarmonica, goffa, mi fa un po pena. Esco per liberarla dal peso della neve e faccio lo stesso con il corniolo per evitare che si spezzino i rami. E’ un susseguirsi di tonfi di neve a catena, di rami che si rialzano di colpo colpendone altri che a loro volta si liberano sussultando e… le palline di grasso sul corniolo ballano, sono avvolte in una retina verde che è lunica nota colorata nel giardino. Ma nel giro di 2 ore tutto cambierà. Il sole avvia il miracolo: le cinciallegre, colorate di giallo con striature di nero prendono d’assalto le palline sul corniolo, prima una decina, poi alltre, poi altre ancora, volano da un ramo all’altro, si agganciano con le zampette alla retina verde, beccano per pochi secondi, due per pallina e poi volano via di scatto virando in ogni direzione. Altre cinciallegre effettuano manovre di avvicinamento, le più veloci prenderanno il loro posto. Un volo incessante che non si riesce a seguire. I passerotti comuni s’infilano sotto l’azalea dove la neve non ha attecchito e lì becchettano veloci ciò che è caduto dalle palle. Il pettirosso questa volta in minoranza viene scacciato ma rimedia qualcosa con i passerotti che non lo degnano di uno sguardo.

Tutto si  muove. E’ tutto un fremito, un cinguettio, un frullare d’ali e i rami sobbalzano al loro ritmo. Dietro la finestra di casa siamo immobili ed estasiati. Vorrei scattare una foto ma l’inquadratura migliore è contro luce, e quando esco restano pochi passerotti. La sinfonia riprenderà poco dopo essere rientrata. Il cerchio di uccellini si allarga: sono sulla balaustra del balcone, volano dal corniolo alla camelia, si allontanano veloci per poi ritornare, uno finisce contro il vetro, altri puntano diritti sul tetto. Lei è l’unica ad essere Immobile, con la testa protesa verso l’ alto attentissima, osserva paziente, poi lo scatto felino e… una piccola cinciallegra che si era posata a terra finisce nella sue fauci.

Tutto cambia, tutto si muove. Ma la scrittura mi aiuterà anche questa volta a fermare con le parole l’immagine di cinciallegre dal petto giallo con una riga nera che prendono d’assalto il corniolo con le palline verdi. Ma sopratutto  mi ricorderà che tutto cambia.

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Leggendo questo libro di Corrado Alvaro non ho potuto fare a meno di ricordare Ignazio Silone che nel suo romanzo Fontamara parla di ”cafoni” della Valle Abruzzese e di Piero Chiara che così bene descrive nei suoi libri le storie dei valligiani del luinese, in cui i passeri, congelati dal freddo, cadono al mattino dai platani. Un mosaico regionale di povera gente sopraffatta dalla fame e dalle ingiustizie, assalita dalle avversità della natura, ma anche operosa e piena di risorse. Come una fotografia o immagine fissa che descriva i tempi passati. Corrado Alvaro, in questa raccolta di racconti sembra voler invece traghettare quei tempi passati in quelli che stanno per arrivare. I suoi personaggi non sono solo immersi nel passato ma cominciano ad emergere, a cambiare, a sperare, vedono nei propri figli il loro riscatto agli occhi della gente che… si sa… nei piccoli paesi vedono e sanno tutto di tutti. Come nel primo racconto in cui il pastore Argirò desidera per il proprio figlio un futuro diverso dal suo. Lo farà studiare in seminario e anche il fratello maggiore sarà coinvolto in questo riscatto che lo porterà allo sfinimento. Non mancheranno le delusioni e le bugie, ma… il seme del cambiamento è già gettato. Lo si legge anche in La pigiatrice d’uva, dove la protagonista disperata si ribella, e la sua decisione potrebbe avere delle gravi conseguenze. In Coronata, sarà lo stesso: se il racconto è in linea coi tempi, nel finale il futuro è già scritto. Per il racconto Teresita invece, l’amor filiale e l’egoismo paterno avranno la meglio. Ma a che prezzo. Crisolina, in La zingara, vuole scappare, scappare, scappare. Ma Corrado Alvaro racconta anche di uomini buoni, come Biasi che in viaggio per andare a trovare la madre trova rifugio presso Vènera, e lei, che di uomini se ne intende, vedendolo così innocente e gentile gli dirà: ”Siete buono”. E rinuncerà momentaneamente agli altri uomini che bussano insistentemente alla sua porta. In tutti questi racconti l’Aspromonte è espresso fino in fondo con i suoi torbidi torrenti, con il fragore delle piogge torrenziali, le orecchie sono assordate dal rotolare di sassi e dallo schiantarsi di alberi colpiti dal fulmine. I pastori fuggono rifugiandosi in casupole di foglie e fango, in grotte, prigionieri di quella natura Matrigna di leopardiana memoria in cui anche il destino di una giovane giumenta è segnato, trovando la morte in un burrone. La scrittura di Corrado Alvaro è minuziosa e precisa, senza essere pedante. I personaggi e il loro carattere ci appaiono chiari, e già alcuni ci piacciono più di altri, li osserviamo mentre intagliano legni di ulivo, o imprecano per la mala sorte. La natura, quando non è matrigna viene descritta poeticamente, con un garbo speciale . Persino le sue ombre mi hanno emozionata quando scrive: ”La sera era chiara, c’era la luna. Erano intinti di luna gli alberi e la montagna, il mare lontano. Dopo i grandi calori era come se una lieve rugiada fosse passata sul mondo a inumidirne la sete. Pareva di sentire la voce delle fonti ai piedi dei monti o dei fiumi rinsecchiti che si ricordavano del loro boato. Le ombre delle case per le strade strette erano dense e nere, e tagliavano a spicchi e a triangoli le strade, come se vi fosse disteso qua e là un panno scuro. L’ ultima storia ”Ventiquattr’ore” viene da lontano, i tre protagonisti sono emigrati all’estero e in terra straniera rimpiangono la loro Calabria, il suo profumo e perfino il sapore delle erbe che mangiavano da bambini. La storia in cui si troveranno coinvolti Borriello, Ferro e Mandorla esula da ogni recinto personale, è una storia universale che loro, pur nascondendoselo, vivranno intensamente. Non importa più che siano Calabresi, che siano poveri, che non abbiano fatto fortuna. Adesso per loro la priorità è un’ altra. Scrive fra l’altro, Mario Pomilio, nella sua bella presentazione al libro: ”Eppure, sotto la crosta, il mondo della sua infanzia sopravviveva: nella memoria e negli affetti. E doveva essere proprio esso a ispirargli la prima opera della sua maturità, questa compatta raccolta di racconti di Gente in Aspromonte dove non c’è una sola riga che non riguardi la sua Calabria e dove con tanto amore e penosa partecipazione se ne descrivono la condizione, i problemi umani e sociali, i modi di vita, i paesaggi. Dopo aver letto questo bel libro mi viene spontaneo ringraziare pubblicamente la mia amica Simona, che me ne ha suggerita la lettura, e la Biblioteca Comunale ”A. Lucifero” di Crotone che concretamente me lo ha lasciato in prestito per quindici giorni. Penso comunque che questo sarà uno di quei libro che comprerò, così da poterlo riprendere in mano per rileggerne alcune pagine. Come si fa con i libri che più ti sono cari.

Mi piacerebbe parlare di questo libro con una mia amica, senza rivelargliene la trama, senza insistere sui personaggi principali, senza calcare la mano sulle evidenze. Mi piacerebbe dirle: “ È bello, leggilo, poi ne parliamo”.

Mi piacerebbe che anche alla mia amica piacesse riflettere su quello che ha letto e le venisse voglia di commentare, discuterne, di approfondire, di raccontarmi in quali punti del romanzo si è sentita completamente estranea o al contrario coinvolta. Quando ha sentito quella scossa che le ha fatto fare un salto, un salto che l’ha portata più avanti, o quando si è vergognata di appartenere alla razza umana.

Sono questi tipi di romanzi che mi fanno venire voglia di scriverne, condividerne i contenuti e soprattutto di conoscere che effetto abbiano fatto a voi. Mi piacerebbe farvi venire voglia di leggerlo e se lo avete già letto mi piacerebbe leggere i vostri commenti.

Portare… Farsi portare… Essere dentro… Sentire… La Mazzantini ci accompagna nel suo romanzo che è una storia di guerra e di amore, un amore strano e imperfetto da sembrare vero, è un presentarci etnie diverse, farcele conoscere quando vivevano in pace fra di loro, e dopo, durante la guerra . Molte volte, leggendo questo bel romanzo: “venuto al mondo” l’emozione mi è salita da dentro e si è fermata in gola formando un nodo che mi impediva di deglutire. I pensieri invece correvano veloci e scuri: terribile, atroce, angosciante, disumano. La Mazzantini mi ha portato in guerra, mi sono sentita in guerra, una guerra di cui avevo già letto e seguito in tv, una guerra che se pur vicina mi aveva trovata distante. Solo qualche zingara con la sua nenia: “ Vengo da Bosnia… aiutatemi” mi aveva fatto vergognare di non fare nulla.

Gemma è la protagonista di questa storia che si intreccia più volte: il presente con il passato, Roma con Serajevo. I mariti con gli amici, i tempi di pace con i tempi di guerra. Si affanna, lavora, si innamora appassionatamente di Diego, fotografo scapestrato; lo troveremo vivo e attivo sotto il tiro degli snipe a Serajevo e depresso a Roma con una scatoletta di tonno che ha fotografato per tutto il giorno. Poi… per Gemma… quella maternità sofferta, cercata a tutti i costi. E si troverà di nuovo sola e disperata, ma un uomo dell’Arma la proteggerà. In questo romanzo le persone anziane sono pennellate lievemente, senza eccessi, senza protagonismi, pennellate che comunque lasciano il segno. Mi sono commossa pensando al senso di colpa di una donna anziana che era ancora viva, quando tanti bambini erano già morti. Quando un anziano signore, dopo essersi vestito di tutto punto si è incamminato verso la sua università; il rispetto della moglie nei confronti della sua decisione, la loro complicità, il loro amore. Il romanzo, nonostante la guerra e tantissimi morti è pieno di amore, quasi a pareggiare i conti. I pensieri di Gemma, le riflessioni, i segreti, quello che vorrebbe dire, fanno da cassa armonica a tutto il racconto che prende un respiro o un affanno diverso ad ogni nuova situazione. È questo e molto altro il romanzo della Mazzantini che fino alle ultime pagine ti sorprende.

Più che un riassunto ho voluto raccontare cosa suscita questo romanzo, cosa ti lascia, le frasi che non vorresti dimenticare, le situazioni che mai avresti pensato di vivere e quelle che invece pur non appartenendoti ti fanno riflettere. Possibilità nuove, fuori dai tuoi orizzonti. Mi si è aggiunto un pezzo di mondo.

Dalla quarta di copertina:

Una mattina Gemma lascia a terra la sua vita ordinaria e sale su un aereo, trascinandosi dietro un figlio, Pietro, un ragazzo di 16 anni………


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Carissima Chiara, purtroppo ho perso il suono della tua voce che pure mi era così piacevole e rassicurante, che mi ha accompagnato in questi ultimi 2 anni durante la pratica Yoga che ho cercato di continuare da sola. Rimane invece, intensa e forte, quando ci penso, la sensazione di serenità che coglievo quando ad occhi chiusi seguivo la pratica dal vero.

Il tuo volto si è velato e finisce per svanire nel desiderio del ricordo che non riesco più ad afferrare, tranne la dolcezza dei tuoi occhi che non credo riuscirò a tradurre in parole. Una sensazione di sana vitalità: pulita, semplice, chiara, come il nome che porti con tanta naturalezza.

La tua immagine, invece, è ancora nitida, ad evidenziare il corpo armonioso e flessibile, avvolto dalla mitica tuta bianca, comoda e leggera.

Ho nostalgia del nostro primo approccio, quando, con il tuo dire garbato ci hai spigato perché era necessario non chiacchierare, non distrarsi, non fare rumori e gesti inconsulti, come dire… non consoni alla pratica e muoversi di conseguenza. Mi era sembrato eccessivo, ma in seguito ho capito che avevi ragione e ti ho seguita fiduciosa.

Sei riuscita ha creare un’atmosfera particolare, dove ognuna di noi era in sintonia ed unione con le altre. Non di meno hai saputo farci sentire uniche, informandoti sulle nostre sensazioni o fastidi, sulle nostre necessità ed esigenze. Mi hai scritto una volta: “Ricordo ancora quali asana ti avrebbero fatto bene”.

La tua attenzione non mollava mai, sempre a ricordarci di non distrarci coi pensieri, di ritornare a noi stesse:     “qui ed ora” dicevi.Allentate i muscoli della gamba che non sta lavorando”.

Altri ricordi si sono persi, peccato.

E come siamo cambiate dopo due anni di pratica. Molte neofite, alcune decisamente arrugginite, altre giovani e forti, ma entrambe desiderose di armonia, equilibrio e scioltezza.

Abbiamo trovato molto di più.

Poi mi sono trasferita e sono rimasta senza Maestra. Nei due anni successivi è stato molto difficile ricordare le asana che diventavano numericamente sempre più scarse e di conseguenza più ripetitive. Difficile anche regolare a dovere la respirazione. In quel periodo è stato fondamentale il ricordo della tua voce, il viso, l’immagine del tuo corpo che si muoveva senza alcuno sforzo. Poi come ti scrivo all’inizio di questa lettera, poco alla volta tutto è sfumato ed è rimasta una grande nostalgia.

Ripenso spesso alla sala comunale che ci ospitava: con il tetto in legno a vista e due delle pareti costituite da ampie vetrate da cui la luce andava scemando mano a mano che la lezione proseguiva, le file di sedie rosse che accatastavi sul fondo della sala prima di ogni pratica, Il profumo d’incenso, il sottofondo musicale e i tappetini sul pavimento: su 3 file, per tutta la lunghezza della sala, ben allineati, come dei soldatini, vicini vicini. Quelli proprio non li ho mai digeriti, non ho mai capito perché pur avendo a disposizione una intera sala, dovessimo “azzepparci”. Cercavo sempre una posizione laterale dalla quale poter allontanare il mio tappetino, non so se non te ne sei mai accorta, oppure facevi finta di niente. Era il mio modo per sentirmi libera, e la libertà ha sempre un prezzo: ribellarsi alla Maestra.

La nostalgia è piacevole quando accarezza i ricordi, anche in frangenti complicati, come quando avevi perso le chiavi della sala comunale che poi hai ritrovato nel bagagliaio dell’auto, sotto la ruota di scorta. Solo tu, con la tua calma potevi arrivare a quella chiave, in quel punto, dopo ragionamenti ponderati e senza ansia.

Ma la nostalgia più grande va alla tua capacità di condurci durante il rilassamento finale, dove ogni parte del nostro corpo assumeva peso e consapevolezza, dove la nostra mente, dopo essere stata guidata, si alleggeriva, corpo e mente finalmente in pace con se stesse e con il resto del mondo.

Sto esagerando? Forse… ma è così che mi sentivo, sopraffatta da un benessere totale.

Ti ringrazio e ti saluto, con affetto Lella

Ps. Lo so, sarebbe meglio salutarti con: Om Tat Sat ma…non mi è ancora congeniale e, a dire il vero ho faticato anche a scrivere “asana” e “la pratica”. Nonostante la brava Maestra, l’alunna resta sempre un po’  disobbediente!

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Festa ad Orascio

E’ ripartita alla grande la festa di Orascio. Dopo i primi contatti, incontri e riunioni, finalmente sabato 12 marzo gli abitanti del borgo antico si sono svegliati al suono della campana della chiesetta, ripristinata il giorno precedente.

Per noi la festa era iniziata il giorno prima. Ci siamo ritrovati tutti assieme (nipoti compresi) sul sagrato della chiesa e, scope e spazzoloni in mano, dopo aver tolto panche e sedia, abbiamo riportato all’onor del mondo una chiesetta che per 3 anni era rimasta chiusa.

All’esterno è già presente un bell’albero… di Pasqua, e le aiuole sono fiorite. Madre natura ha provveduto alla grande a far fiorire miriadi di primule che punteggiano di giallo i prati scoscesi, chiazzati ancora di macchie bianche di neve. La mimosa è in fiore, l’aubrietia striscia pomposamente sui muretti di pietra, il Valecc scorre veloce e il canto degli uccellini riempie l’aria.

Domenica 13 alle dieci del mattino la chiesetta è uno splendore: il bouchet di fiori freschi raccolti sul luogo e posato sull’altare, assieme agli altri mazzi che adornano la chiesa, diffondono profumo di primavera. Tutto luccica, tutto brilla: è proprio una bellissima chiesetta!

Arrivano gli uomini di Maccagno, con tutto l’occorrente per preparare le frittelle, arriviamo anche noi per decorare con fiocchi color lilla le sedie, arrivano le bibite, le torte, le colombe, e un sacco di altre buone cose che verranno vendute all’incanto nel pomeriggio, dopo la S. Messa.

Già alle quattordici il borgo di Orascio si anima, a lato della chiesetta già si friggono le frittelle, i suonatori della banda prendono posto su di un rialzo, che sembra studiato apposta per loro. I visitatori, che sono stati accolti da uno striscione di benvenuto, si accomodano sulle sedie, altri girovagano.

Alle ore 15 si raggiunge il massimo delle presenze. Arriva don Franco, arriva il sindaco Fabio Passera e in pratica, la nuova strada, è nascosta da una comunità fluttuante che chiacchiera, mangia frittelle, ascolta musica, e si guarda intorno per ammirare: la val Cannobina, il lago Maggiore e, più dappresso, i prati verdi con molti narcisi già in fiore.

Durante la celebrazione della Santa Messa, la chiesetta è stipata di persone; i ceri sono stati accesi e don Franco, ringraziando tutti, sottolinea la formazione di una nuova comunità. Il calore delle sue parole arriva in profondità, tanto da mitigare la bassa temperatura percepita all’interno della chiesetta.

Dopo il momento religioso si dà inizio alla vendita all’incanto. Il nostro banditore, Lino Bernasconi, esprimerà tutta la sua verve. La sua vivacità e le sue barzellette faranno si che l’incasso schizzi al massimo.La giornata volge al termine: le frittelle sono finite, le torte anche. Le autorità se ne vanno assieme agli invitati; alcuni di loro si attardano e… mi pare… che, in tutta questa meraviglia di Orascio stiano ancora cercando… il m ulino bianco!!!

Ma, bando alle ciance… è giunto il momento di ringraziare tutti coloro che hanno contribuito allo svolgimento di questa festa. Siamo in tanti e non farò il nome di nessuno, ma tutti noi abbiamo dato il massimo: una bella fatica, ma…tutto questo lavoro sarebbe stato inutile se tutti voi non foste venuti! Voi avete trasformato il nostro piccolo borgo in un luogo di festa, voi lo avete animato con le vostre chiacchiere e sorrisi, coi vostri bimbi, i nonni e gli zii. Avete anche contribuito molto generosamente alla raccolta fondi che saranno usati per migliorare le condizioni della chiesetta. Anche per questo vi ringraziamo infinitamente!

Il borgo di Orascio è, per noi, un luogo splendido: condividerlo con voi è stato bello! Tornate a trovarci quando volete… sarete sempre i benvenuti!

 

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Premessa Storie di un altro mondo. Lo scorrere del tempo ha interrotto le tradizioni. Adalgisa non era una donna bella e nemmeno affascinante in compenso era bassina ma… di sicuro aveva delle virtù nascoste perchè un bel giovanottone con bei mustacchi si innamorò di lei vedendola recitare sul palcoscenico. Si sposarono. Nacquero: Elettra,Tina, Cesarina, Yolanda, Oreste ed Eligio. Tina, che molto aveva preso dal padre (meno i mustacchi) fece perdere la testa, con la sua grazia e la sua bellezza a Nino, un tappezziere di Venezia che fra il pubblico era quello che più forte l’acclamava. Si sposarono. Nacquero: Luigi, Carla, Marinella. Marinella, a cui non piaceva recitare, tutte le sere in prima fila, per parecchi mesi, riceveva applausi, complimenti e baci volanti da Carlo. Si sposarono. Nacquero: Luciano e Antonia. Antonia, ignara di interrompere una tradizione che continuava da tre generazioni ha conosciuto il suo futuro marito a casa di amici e non ha mai recitato se non all’asilo! Per rimediare a queste mancanze e per rispetto alle sue ave era anda a teatro con Enrico moltissime volte, grazie anche agli ingressi gratuiti elargiti dal vario parentado e soprattutto grazie alla  nonna Tina che le aveva  trasmesso l’amore per il teatro. Il piacere dell’ascolto e la magia del farsi coinvolgere, piano piano e senza che se ne accorgesse, fino a trovarsi immersa in altri mondi. —————————————————————————————————————————- Oramai me lo aspettavo, succedeva quasi sempre, le differenti reazioni dipendevano dall’umore, dal carattere o dalla personalità dell’impiegato di turno che mi rivolgeva la classica domanda: ” Data e luogo di nascita”. Io rispondevo scandendo bene numeri e lettere: “5 del 5 del 50, a Portula”. Alcuni si soffermavano sulla data reputandola: facile da ricordare, uguale a quella di qualche parente o amico oppure declamando “Ei fu. Siccome immobile,” i più spicci, alzando lo sguardo verso di me si limitavano ad esclamare: ”Napoleone”. Altri, fortunatamente, trascrivevano la data senza commenti ma… nessuno, proprio nessuno capiva bene il nome della città che puntualmente storpiavano ripetendomela interrogativamente: ” Protula? Potula”?No, Portula”. E quasi a giustificare e rendere il più veritiero possibile il nome del comune in cui ero nata mi affrettavo ad aggiungere: ”In provincia di Vercelli, anzi, adesso in provincia di Biella. Meno male che nessuno voleva sapere “dove” proprio fossi nata. La cosa mi avrebbe imbarazzata non poco, anche se negli anni 50 non era così scontato nascere in ospedale, anzi era abbastanza comune partorire in casa, magari facendosi assistere da un’ostetrica o anche senza. Naturalmente nel giro dei familiari e per il resto della compagnia la cosa era risaputa. Mia cugina Elettra, per esempio, che era maggiore di me di 5 anni, quando fu più grande mi raccontò più volte che quel giorno era molto arrabbiata perché quando era arrivata lì per conoscere la nuova cuginetta la cicogna era appena andata via e lei non aveva fatto in tempo a vederla. Si era consolata osservandomi e decretando davanti a tutti:”Quasi quasi è più bella di me”. Non che fossero in tanti lì dentro, c’erano: mia mamma Marinella (nome d’arte Mannussi) che aveva in braccio me, Antonia appena nata, Carla,(nome d’arte Kyky) sua sorella  e mamma di Elettra, l’ostetrica (confermato dall’atto di nascita che avrei letto 65 anni dopo) e naturalmente Tina, mamma di Marinella. Era stata lei a darsi un gran da fare quando suo genero Carlo le aveva scritto al fermo posta di Portula spiegandole che Marinella, in stato avanzato di gravidanza, sarebbe arrivata in Piemonte da lei per partorire. Inoltre l’aveva informata che quella decisione era per il bene del futuro nascituro affinché nascesse nell’Italia settentrionale e non in un’ isola del sud, dove lui lavorava e risiedeva con il resto della famiglia. Otto anni prima Carlo si era innamorato di Marinella vedendola recitare sul palcoscenico. Aveva poi seguito lei e tutta la compagnia teatrale “di piazza in piazza” facendole una corte serrata. Marinella vedeva in Carlo la possibilità di realizzare il suo sogno: allontanarsi definitivamente dal mondo del teatro che detestava e formare una famiglia con un uomo che non appartenesse al mondo dello spettacolo. Carlo invece ne era affascinato ma lei che dalla madre aveva ereditato la fermezza si rifiutò di accettarlo come marito finché non avesse trovato un posto di lavoro. Andò diversamente, l’amore prevalse sulla fermezza e si sposarono di li a poco, ancora in tempo di guerra e fecero il viaggio di nozze sul lago di Como. Il lavoro Carlo lo trovò in Sardegna un anno dopo e Marinella poté così coronare il suo sogno: una casa e il primogenito Luciano che nacque a Bergamo, sotto un bombardamento e sotto la protezione della nonna Tina che in quel periodo era lì con il resto della compagnia teatrale itinerante. Dopo sette anni Marinella prese per mano Luciano e rifece un lungo viaggio: prima in pullman, poi in traghetto e in treno. Arrivò dalla Sardegna a Portula in Piemonte, da sua madre, per partorire di nuovo. Per nonna Tina un problema in più, ma lei, nelle difficoltà aveva sempre trovato lo sprone per non mollare. Da lei dipendevano le sorti delle diverse famiglie che recitavano nella compagnia che lei dirigeva, era responsabile dei testi teatrali che venivano scelti ed era sempre lei che prendeva i contatti con le persone importanti dei nuovi paesi dove pensavano di recitare. Il loro repertorio spaziava dalla “Signora delle camelie“ alle “Due orfanelle”, Dalla “Fiaccola sotto il moggio”, alla storia di qualche santo. La scelta era dettata dalla piazza e dagli umori dei cittadini. Non sempre le città disponevano di un teatro e allora c’era da montare il loro, di teatro. Oppure, Tina contattava il Parroco per ottenere la sala dell’oratorio. C’ era da capire come la pensasse il sindaco o informarsi immediatamente su chi fosse il nuovo podestà. Da sempre Tina era supportata dal marito Antonio (nome d’arte Nino) e da tutta la compagnia. Gli attori e le attrici erano anche: elettricisti, addetti alla biglietteria, falegnami, pittori, trovarobe, rumoristi, sarte, suggeritrici, guardarobiere. La sera, dietro le quinte, chi non era di scena controllava il sonno dei bambini, i più piccoli dormivano nelle ceste e i più grandi su materassi improvvisati. I tempi di riposo andavano rispettati perché al mattino i bambini della compagnia teatrale frequentavano normalmente le scuole pubbliche. Ogni piazza un cambio di scuola, di maestre e di compagni di classe. Non erano mai indietro nel programma “i figli dei comici” come li chiamavano gli indigeni, conoscevano la matematica, le scienze, si cimentavano nella bella calligrafia, la geografia la conoscevano anche per averla vissuta sul campo, città dopo città, fiumi, pianure e appennini, avendo percorso in lungo e in largo tutta la penisola. Se si fermavano in una piazza per parecchio tempo riuscivano anche ad imparare il dialetto locale. Non di meno conoscevano la grammatica italiana, la sintassi e l’esatta dizione delle parole, perché Tina pretendeva da tutti indistintamente (bambini compresi) che pronunciassero la lingua Italiana correttamente, ed era particolarmente inflessibile sulle e chiuse e sulle e aperte. Vita difficile per tutti, visto che anche i bambini, alcune volte, calcavano la scena. La compagnia teatrale era una famiglia allargata e si divideva tutto: oneri e onori, fame e fatica, momenti di gloria e di disperazione. Tutti contribuivano a far conoscere le opere di Pirandello, Shakespeare, D’Annunzio e molti altri autori. La compagnia teatrale assorbiva usi e costumi dei paesi in cui si fermavano, modi diversi di cucinare e modi diversi di esprimersi. Era sempre in movimento la compagnia teatrale; viaggiavano in treno, e con loro sui vagoni portavano lo stretto necessario; invece nei camion che li seguivano c’era tutto il loro teatro viaggiante, il “Carro di Tespi” come veniva chiamato, c’erano le cantinelle, le scene arrotolate e tutto il resto dell’attrezzatura, ma soprattutto le pareti e il tetto del teatro. Questo veniva ogni volta montato utilizzando le “capriate” su un largo spiazzo o spesso sul prato che costituiva l’unico pavimento su cui venivano disposte le sedie. Sempre nei camion venivano caricati innumerevoli bauli che contenevano gli abiti di scena. Gli stessi abiti che ogni sera gli attori selezionavano per lo spettacolo, li riponevano con cura nelle ceste assieme all’occorrente per il trucco, i gioielli, le sciarpe e cappelli, armi o ombrellini, lunghi bocchini per le sigarette e bastoni, scarpe e fibbie. Tutte le sere gli attori portavano in teatro la loro cesta ma non tutti avevano un camerino, per cui a secondo di “ chi è di scena” veniva occupato. Il trovarobe era responsabile del materiale necessario per le scene oltre che alla sua manutenzione e al suo reperimento, naturalmente poteva occuparsi anche degli effetti sonori o delle luci. Tina era la prima donna di questo teatro, in tutti i sensi: in ogni piazza il suo fascino non passava inosservato, era spesso ospite con il marito a casa di principi o dal medico o dal sindaco, in quelle occasioni a chi li aveva invitati non sfuggivano la sua grazia e i suoi modi raffinati, era una donna eccezionale: bella, colta, energica, intraprendente. In quell’aprile del 50, quando Tina ritirò dall’ufficio postale la lettera di Carlo, non avendo fissa dimora, rispose subito al genero,  informandolo sull’indirizzo dell’albergo dove alloggiava a Portula. La guerra era finita, ma lei, nonostante fosse avanti con gli anni manteneva la sua classe e ancora una volta avrebbe provveduto alle necessità della figlia Marinella che si affidava a lei. Tina avrebbe chiamato un’ ostetrica che avrebbe assistito la figlia e… speriamo bene. Lo  sapeva, il parto non era una malattia , lei stessa aveva partorito col solo aiuto delle altre donne per tre volte: Carla era nata a Borgo Sesia, poi Luigi a Brescia e da  ultima Marinella che  era nata a Follonica in Toscana. La soluzione più semplice, che aveva pianificato Tina, non si poté attuare perché l’albergatrice non diede la disponibilità a  far partorire in albergo Marinella. In ospedale in quei tempi andavano solo i poveracci, così Tina attingendo alle sue conoscenze sul campo, ebbe il permesso dal capo stazione di appropriarsi momentaneamente di… un carro merci abbandonato sui binari morti della stazione. Tina lo fece pulire e disinfettare passandolo tutto con la calce, predispose l’occorrente e, quando fu il momento venne chiamata l’ostetrica. Tutto andò per il meglio e il 5 maggio del 1950 sono nata in un carro merci rimesso a nuovo. Gli anni passavano, Tina, classe 1897, invecchiava. Suo marito era morto. Il  suo Nino tanto amato che aveva conosciuto, quando ancora il suo cognome era kursanovic, perchè di origine slava, e il fascismo in seguito lo avrebbe italianizzato in Curussani. Tina, giovanissima lo amava  quando ancora faceva il tappezziere a Venezia, e lui soffriva per non poter vedere la sua Tina che viaggiava sempre. Sono del 1917, prima che si sposassero, le numerose lettere che erano intercorse fra di loro, una fitta corrispondenza giornaliera, dalla quale emergono la sofferenza per il distacco e le lamentele da parti di Nino per ”non aver ricevuto nulla da due giorni!”. Tutto era cambiato dalla sua morte, Tina sembrò invecchiare improvvisamente: Il mondo in torno a lei cambiava troppo in fretta, si sentiva sempre più stanca. Il cinema e l’avvento della televisione contribuirono a decretare negli anni 60 la fine del mondo di Tina. La compagnia si sciolse e i suoi rivoli si sparsero in tutta l’Italia. Cordiviola rimase nell’ambito teatrale con una sua compagnia a Vicenza ed ebbe molto successo anche come regista. i Nistri e poi Sergio Orlando, sfruttando il suo talento artistico,  aprì una galleria d’arte a Milano. La  figlia di Tina, Kyky, trovò lavoro come suggeritrice nel primo teatro stabile di Milano: ” Il Piccolo”, nella compagnia di Strehler, suo marito Osvaldo al Teatro dialettale “Gerolamo” con la compagnia di Mazzarella. Il suo secondo figlio, Bibi, vagò di compagnia in compagnia:(Gazzolo, Fantoni, Dario Fo) pur avendo moglie e casa a Valstagna, intervallò con piccole parti nel cinema e in TV ha interpretato la parte di un frate nei Promessi Sposi; ma a costo di fare la fame la sua passione rimase il teatro. Recitò anche nei “Masnadieri” al teatro Nuovo di Milano. Era un bravo attore e una volta per poter recitare aveva imparato la sua parte in Inglese, solo quella, solo la sua parte! Morì in treno, andando da un teatro all’altro, un treno che lo aveva accompagnato tutta la vita e che non lo ha voluto lasciare da solo in una stanza d’albergo ma se l’è portato via per l’ ultimo viaggio. Gli altri attori: Verdirosi, Minari, De Biasi, Giasone si tennero in contatto come si fa in tutte le famiglie. Tina, senza teatro, senza casa, e senza marito, si adattò a casa della figlia Kyky, in Toscana, poi a casa di Marinella, che nel frattempo si era trasferita in Lombardia. Un po’ da una, un po’ dall’altra. La sua presenza per i generi era ingombrante, per le figlie faticosa, Tina non ha mai abbandonato il suo ruolo di prima donna, ma si sa, troppe prime donne in una sola casa non vanno bene, così se per gli adulti era un problema per i suoi nipoti era tutta un’altra storia, per loro era Nonna Tina. Quando arrivava lo capivo dall’odore di fumo che trovavo in casa al mio rientro dalla scuola, era stato suo fratello Eligio, tornanto dalla guerra d’Africa ad avviarla a quel vizio. Nonostante avesse anche le dita giallastre io ero affascinata dal suo profumo: “violetta di Parma”. Mi dava i soldi come ad una persona grande e mi mandava dal tabaccaio a comperarle 5 sigarette: Nazionali senza filtro, che mi venivano consegnate in una bustina di carta oleata trasparente e scricchiolante. Andavo con lei al posto pubblico quando voleva telefonare; insieme camminavamo lungo il Bozzente, riportando a casa sassi colorati, foglie secche e ogni sorta di cose che per me erano tesori. Ascoltavamo la radio e quando c’era l’estrazione dei numeri del lotto bisognava assolutamente stare in silenzio. Come bisognava assolutamente stare composti a tavola e assolutamente parlare correttamente l’Italiano. Ero solo una ragazzina quando mi portò per la prima volta a teatro, anche allora pretese che stessi assolutamente in silenzio durante lo spettacolo; ma, quando Romeo decise di morire perché aveva visto Giulietta già morta scoppiai a piangere e lei mi strinse amorevolmente la mano. Un’altra prima volta fu quando mi regalò il profumo “Ca’ D’oro”, meno dolce del suo perchè diceva che per una ragazzina era meglio un profumo fresco. Giocavamo a briscola e si arrabbiava quando perdeva. Seduta accanto a lei ascoltavo estasiata tutte quelle storie che mi raccontava di quando era giovane e recitava, le trame degli spettacoli, gli aneddoti della sua compagnia e di quando Elettra piccolissima recitando la parte del figlio della Butterfly aveva fatto la pipì in palcoscenico. Oppure di quella volta che non si sentì lo sparo della pistola che in scena avrebbe dovuto colpire il cattivo di turno, ”e allora…” raccontava lei: “Nonno Nino prontamente prese dal tavolo un coltello e recitando a soggetto esclamò ” Ah…non vuoi morire… “ebbene ora ti uccido io” e mentre fingeva di accoltellare il cattivo, da dietro le quinte partiva lo sparo. Questo aneddoto mi fece molto ridere e quando successe davvero rise molto anche il pubblico, ma dopo ci fu una scenata perché le guittate facevano arrabbiare la nonna che era molto seria quando si trattava di teatro. Tina era una calamita: quando arrivava lei a casa nostra, dopo un po’ di tempo arrivavano a trovarci gli ex attori; io ascoltavo, senza capire perché fra di loro si parlassero e si rispondessero con stralci di drammi, con incipit di opere e brani di commedie. Evocavano i bei tempi passati, ma la propensione al melodramma faceva si che a volte si inalberassero: il loro tono cambiava, e io non sapevo mai se recitassero o fossero arrabbiati davvero. Il repertorio era vasto anche perché gli attori che arrivavano erano sempre diversi. Gli anni passavano, attraverso la nonna conoscevo le trame delle commedie, le opere e le operette, avevo imparato a memoria anche le papere memorabili di Mannussi che proprio non riusciva a recitare un pezzo abbastanza ostico del dramma “La fiaccola sotto il moggio” di Gabriele D’Annunzio, lei avrebbe dovuto dire: “Figliuolo mio, ti faccio un voto, ad ogni agugliata che traggo dal pennecchio. E come incocco e come do la torta, sei sempre meco nel mio filo pieno!” Puntualmente “come traggo” diventava “ come troggo” e…incocco diventava “incacchio” e naturalmente a seguire “do la torta” diventava do la trota!! Immaginavo che nonna Tina invecchiando si ripetesse, diventasse noiosa, invece lei riusciva sempre a stupirmi, per il mio diciottesimo compleanno mi regalò un bambolotto di gomma bruttissimo, con disegnata sul volto una barba scura e incolta con un grosso sigaro in bocca, un orecchino nel lobo dell’orecchio e capelli stopposi e lunghi; era vestito in modo trasandato e i jeans erano stracciati. Era una chiara allusione alla gioventù bruciata del 68. Naturalmente io non ero d’accordo. L’odore della plastica di questo bambolotto, dopo 47 anni e 5 traslochi è ancora lo stesso, solo un braccio si è staccato dal corpo e  per me rappresenta la ribellione del 68. Trovavo in nonna Tina, anche  quando fui più grande, una persona disposta ad ascoltare e a rispondere a quesiti scottanti. Lei mi spiegò perché certe volte si rimaneva incinte e certe altre volte no. Non mancava di informarsi sulle mie nuove cotte, mi consolava e mi rassicurava, dicendomi che avrei trovato presto il vero amore. Parlavo con lei di tutto ciò di cui non potevo parlare con gli altri. Non mi ha mai tradita. Quando morì non piansi. Quando morì non era più la mia nonna Tina, era un’anima persa, senza speranza, senza decoro e senza memoria. Quando morì ero arrabbiata. Quando morì ero da poco mamma e pensai alla vita. Pensai che  lasciamo solo i  nostri ricordi. Anche il suo mondo teatrale non c’ è più, si è evoluto, adeguato, ora ci sono più compagnie stabili, ma sempre, gli attori, recitando vecchie e nuove commedie, promuovono cambiamenti, stimolano dubbi, affascinano e incuriosiscono, fanno ridere, piangere e i grandi ritrovano lo stupore dei bambini. La recitazione degli attori arriva e tocca corde che il pubblico non sapeva di avere, non è un effetto immediato, a teatro ci vuole silenzio, attenzione e poi la magia a poco a poco cattura il pubblico. Tutto contribuisce: La scenografia, le luci, i suoni, gli effetti speciali, la postura degli attori nei loro costumi, il trucco, il tono della voce, l’ incalzare del monologo o un silenzio intrigante. Tutta questa finzione per arrivare alla verità. Il pubblico ne viene coinvolto e vi si trova al centro. Verità fastidiose, dolorose o gratificanti, verità intoccabili, scomode o addirittura dimenticate. Tutto in questa finzione riporta a temi universali e sempre attuali, non importa che la commedia si svolga ai tempi di Carlo V o che si parli di Tristano e Isotta. I Temi sono immortali: L’amore, il bene e il male, l’invidia, il potere, la fame , il sogno, la morte, la speranza… Dal tempo degli antichi Greci le storie si ripetono sempre diverse e sempre attuali. La scomparsa della nonna Tina è come il suo teatro. Nella tragedia della realtà una verità emerge: ha lasciato talmente tanto di sè in chi l’ha conosciuta che Il suo spirito è rimasto vivo. Il dolore lasciato dal vuoto fisico si riempe di ricordi.

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Portula 14-12-2015

Siamo in macchina, io e mio marito, dalle parti di Biella, come un riflesso penso: Portula, in provincia di Biella. Non ho mai visto dove sono nata.Dai andiamo a cercare la stazione ferroviaria di Portula, magari trovo il carro merci!” Il navigatore comincia a chiacchierare, Enrico che solitamente non ubbidisce neanche a lui, questa volta segue diligentemente le indicazioni e dopo poco tempo cominciamo a salire. E saliamo ancora. Mi agito, ma non ci sono dubbi, la strada è giusta, abbiamo appena incrociato il cartello comunale che indica la città di Portula.Ma sei sicura di essere nata in treno? Non vedo binari in giro”. Saliamo ancora ed è chiaro che qua su non esiste nessuna ferrovia. Ma non è possibile che sia una frottola! Mio padre quando voleva zittirmi diceva bonariamente: “ Taci tu, che sei nata su un carro bestiame abbandonato sui binari morti”. E poi c’ è mia cugina Elettra con la storia della cicogna, che quando era arrivata in stazione lei era già volata via e l’ostetrica che dopo il parto aveva detto che il vagone era perfettamente pulito e disinfettato, meglio che in certe case. Sono angosciata, ma si può arrivare a 65 anni e non sapere dove sono nata? Arriviamo in piazza, non c’è ombra di stazione ferroviaria e tanto meno di treni.Allora… cosa vuoi fare? Torniamo indietro?” No, non ci posso credere, non può essere una storia inventata, mia nonna non mi avrebbe mai mentito. Fammi andare a chiedere in Comune”A quest’ ora è chiuso!” Ma devo sapere, devo provare. Devo. Certa che il comune fosse aperto solo perché io ne avevo un disperato bisogno, scendo dalla macchina e mi avvio verso la porta del Comune con il cuore che mi batteva a mille. Abbasso la maniglia e spingo, è aperto! Al di là di un’altra porta a vetri intravedo un’impiegata. Prima di arrivare davanti al banco, mentre lei scrive china sulla scrivania il terrore che mi possa prendere per pazza mi assale. Devo scegliere bene le parole giuste,Buona sera” esordisco, “ senta, io sono Antonia Mascia e 65 anni fa sono nata qui a Portula però… mia mamma mi ha sempre detto che sono nata su un treno, ma… non c’è nessuna stazione qui a Portula e io… non so cosa pensare… insomma non so dove sono nata, lei non mi potrebbe aiutare?” L’impiegata resta impassibile, mi chiede un documento e dopo averlo controllato si dirige verso un armadio e dopo aver fatto scorrere le grosse ante ne trae un librone, lo porta verso la sua scrivania e comincia a leggere in silenzio, poi mette al corrente anche me, che friggevo dall’impazienza.Dunque… qui c’è scritto nata nella casa posta in frazione Granero numero 51”. In una casa a Granero? Al numero 51? Oddio a Granero, mai sentito nominare Granero, mi sembrava di essere uno di quegli impiegati che non capivano mai Portula.” SI, Granero è una frazione di Portula e lì c’è la stazione , ma adesso non funziona più.” Oddio, meno male che c’è la stazione” al n. 51, la mia nascita è piena di 5. Dietro di me si materializza Enrico, che finalmente aveva trovato parcheggio, l’impiegata dopo aver dato un’ occhiata veloce al librone lo guarda e chiede: ”il Signor Leoni?”Ma c’è scritto anche il suo nome sul certificato?”Certo, aggiunge lei e, dopo avermi letto parte dell’atto di nascita, cerca altre notizie, ma non ne trova. Io  sono elettrizzata e non vedo l’ora di cercare la stazione. Chiedo di poter fotografare il documento ed essendo la persona interessata ricevo dall’impiegata la fotocopia, un bel foglione di 42cm.x 29,5. Ringraziamo ed usciamo in fretta, io col mio certificato in mano, Enrico ancora incredulo del fatto che io abbia trovato il Comune aperto a quell’ora. Fuori è già buio, e io sono in ritardo di 65 anni, devo correre a Granero ma... sento dentro di me un’ immensa gratitudine per l’impiegata che, pur senza farsi coinvolgere era stata molto educata e professionale. Decido di rientrare in Comune per ringraziarla meglio e farle capire come la sua disponibilità sia stata importante per me. Lei per la prima volta accenna ad un sorriso e mi spiega:È una coincidenza che oggi io sia qui a quest’ora, il Comune dovrebbe essere chiuso, sto registrando l’atto di morte di mia nonna che è appena scomparsa. Finalmente capisco perché prima la sentivo lontana e perché avevo avuto la necessità di tornare da lei, per esprimerle meglio la mia riconoscenza. Mentre mi parlava delle strane combinazioni, della necessità di sopire il proprio dolore, della nostra provvidenziale interruzione, osservo tutti quei particolare che prima non avevo letto in lei. È vestita interamente di nero, in forte contrasto col pallore del viso; il tono della voce ora non è più neutro, ma gli occhi sono  un po’ gonfi come prima: tutto in lei avrebbe dovuto farmi pensare ad una persona affranta. Solo ora colgo il suo stato d’animo, e non so comunque cosa dirle, anche se posso immaginare il suo dolore. Mi dispiace tantissimo, la capisco, anch’io ho avuto una nonna speciale”. Peccato non avere avuto la prontezza di aggiungere, in quel momento, che i ricordi della sua nonna l’avrebbero aiutata. Ci siamo salutate come se ci conoscessimo da tanti anni, entrambe, credo, più leggere, se fra di noi non ci fosse stato il bancone sono certa che ci saremmo abbracciate. Risalgo in macchina e, mentre Enrico si dà da fare per raggiungere Granero, che aveva notato prima di cominciare a salire, io leggo avidamente tutti i particolari scritti sul mio certificato di nascita.Senti, c’ era anche mio padre. La denuncia di nascita in Comune è stata fatta quattro giorni dopo. Nessuno me lo aveva mai detto, sapevo che lui aveva spedito la mamma e Luciano a Portula e basta. C’è la testimonianza dell’ostetrica che ha assistito al parto e ci sono i nomi dei testimoni dell’atto, due impiegati del comune… senti, senti, sono nata alle 15-30. Elettra era ancora a scuola a quell’ora, per quello non ha visto la cicogna!  Sono euforica, contenta e impaziente. Parcheggiamo l’auto davanti al numero civico 51, a destra e a sinistra di questa villa intravediamo nel buio alcuni depositi ferroviari. Si, sono nata qui. Suono il campanello, pensando che mi avrebbero scambiata per una venditrice ambulante, invece sono stati disponibilissimi i due coniugi che ci sono venuti incontro. Gli abbiamo raccontato grosso modo la storia, erano interessati, abbiamo chiacchierato un po’, loro conoscevano un sacco di cose, compreso il nome del capostazione che c’era negli anni 50. Ci siamo salutati con la promessa che saremmo ritornati. Stavo salendo in macchina quando la signora mi ha chiesto: “In che mese è nata?”A maggio, il 5 Maggio del 50, perché me lo chiede?Maggio è un bel mese per nascere qui, c’è il sole tutto il giorno”. Allacciandomi la cintura di sicurezza ho pensato: “cosa voglio sapere di più, sono nata in una bella giornata soleggiata.”   Epilogo I ricordi di nonna Tina li ho sempre avuti con me e solo ora ne scrivo, grazie a Sandra, solerte impiegata del comune di Portula, che attraverso il suo dispiacere mi ha fatto capire che anche lei, come me, ha avuto una nonna speciale.