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Ed, il mio carceriere” è il titolo del primo romanzo che Patrizia Baccarini pubblica, e sin dalle prime pagine emerge una scrittura fluida e pulita, capace di rendere elegante anche il movimento di un piccolo trattore al lavoro. La trama,  dall’andamento incalzante e con vari colpi di scena ti rapisce fino alle ultime pagine. Ma sono le descrizioni dei vari personaggi, a partire dai protagonisti: Prudencia e Ed, e poi man mano tutti gli altri che con il loro carattere e le varie sfaccettature e personalità, determinano la ricchezza di questo bel romanzo. Al di là della trama, che lascerò scoprire ai lettori, questa intricata storia è un giardino dove cogliere riflessioni e pensieri, dubbi e determinazione, un giardino dove niente è scontato e tutto va conquistato. Ho colto anche molta poesia, che spunta da luoghi e panorami dove la protagonista si muove suo malgrado per districarsi dalle difficoltà. Panorami che Patrizia Baccarin pennella con dovizia di particolari, con il   suo bel modo di scrivere, attingendo alla passione e all’amore che è il fondamento di questo romanzo. Complimenti Patrizia, proprio un bell’esordio e auguri per i prossimi romanzi.

LA PARTENZA

Abbiamo cominciato bene  il viaggio, la nostra pasticceria di Cunardo era finalmente aperta e il caffè, se pur all’aperto era ottimo come sempre. Ci è sembrato di buon auspicio, poi risalendo in macchina e controllando il telefonino ho letto con molto piacere gli auguri di buon viaggio di molti amici. Sono le 9 del mattino di domenica 30 maggio, siamo partiti da Orascio un’oretta fa e quella nostalgia nel lasciare casa nostra è già passata. Il viaggio prosegue un po’ col nuvolo, un po’ col sole, ripercorriamo la solita strada, quell’unica strada che in questo periodo di pandemia, ci fa volare in Brianza da nostra nipote. Poi un salto dai fratelli, ma tutto in giornata e di corsa perché c’è anche il coprifuoco. La  libertà era ancora sbocconcellata, fra zona arancione e zona gialla, libertà provvisoria e malata, con mascherina e senza contatti. Sempre una libertà agognata ed evanescente, come se al posto della promessa di un buon pranzo arrivasse:  atteso, profumato, invitante e buono, un piccolo assaggio di antipasto, insufficiente a saziarti. Una libertà spicciola, di poco conto che abbiamo cercato di sfruttare al massimo. Si, la solita strada dal febbraio del 2020. Ma oggi è diverso, oggi proseguiamo e ho l’impressione che faremo una scorpacciata di immagini nuove dal sapore antico che ci ridaranno  pienezza di spirito.

IL VIAGGIO

Imbocchiamo la Milano Bologna. Mai stata così attenta al panorama, come una voglia di non perdersi niente, capisci l’ indifferenza dei tempi migliori, scruti attentamente per non perderti particolari, apprezzi i covoni affiancati lasciati ad asciugare nei prati tagliati e già dorati. Poi quel prato verde smeraldo illuminato dal sole, quasi irreale la sua lucentezza, in contrasto con il verde scuro del prato confinante. Una scacchiera di verdi diversi, di terre scure appena arate, su di loro le nuvole lanciano senza alcuna regola geometrica le loro ombre tondeggianti e allungate, scurendone qua e là piccole porzioni. Di vedetta, cipressi a gruppetti di quattro o cinque o disposti in fila a delimitare crinali e confini. La pioggia dei giorni scorsi ha tolto ogni pulviscolo e su tutto prevale la limpidezza dei colori. Ho l’impressione che con un paesaggio del genere Joan Miro’ sarebbe andato a nozze.

RINNOVATA LIBERTA’

All’altezza di Fiorenzuola sorpassiamo una fila interminabile di motociclisti, tutti indistintamente vestiti di nero, chi soli, chi in coppia, viaggiano affiancati ed alternati, la postura dei guidatori e delle guidatrici è classica: braccia aperte a stringere il manubrio. Il passeggero invece o è aggrappato a chi guida o si regge al sellino con entrambe le mani. Quando li  abbiamo raggiunti l’ultimo di loro portava una pettorina arancione con la scritta “servizio”. Occupano tutta la corsia di destra e procedono calmi, sicché anche il rombo dei motori è adeguato alla velocità, la fila era talmente lunga che ho avuto modo di pensare che anche loro si stessero godendo quella rinnovata libertà, senza fracasso, senza esibizionismo, calmi e rilassati sui loro motoroni, col le loro donne e i loro uomini, con la voglia di viaggiare all’aperto, con la voglia di libertà, la stessa che sento anch’io, e anche se viaggio in macchina mi sento accomunata a loro, abbasso il finestrino e raggiunto il primo motociclista della fila, che indossa anche lui la pettorina arancione, lo saluto, immaginando così di salutarli tutti, lui, girandosi verso di me sorride. Ho  avuto l’impressione che anche  la sua mano  si sia mossa impercettibilmente, senza lasciare il manubrio.

ANCONA

Il sovraccarico di immagini, impressioni e pensieri mi inducono a dedurre  di essere in viaggio da almeno due giorni, la realtà è ben diversa e solo dopo alcune ore di viaggio mi sento stanca e la voglia di sonnecchiare mi raggiunge, complice anche il susseguirsi ipnotico di filari di alberi da frutta. Non mancheranno le varie soste per caffè, gas auto e pipì, nel parcheggio dell’autogrill i passerotti, per niente intimoriti becchettano le briciole e ci  saltellano attorno per recuperare anche le nostre. Siamo in prossimità di Ancona, è il terzo anno che ci imbarchiamo dal suo porto. La prima volta, come al solito siamo arrivati al check-in con notevole anticipo, ma in biglietteria ci hanno sollecitato di sbrigarci perché la nave stava salpano, ma come, ci siamo detti io e mio marito, partenza alle 19, sono le 17… guardiamo l’orario sul biglietto che conferma la partenza alle ore 17! Ma come è potuto succedere? Un piccolo ragionamento e ne siamo venuti a capo: il biglietto acquistato in dicembre perché scontato nel giorno del Black Friday era rimasto nei documenti senza più attirare la nostra attenzione fino a quel momento. Fra dicembre e maggio l’orario della partenza era passato, nella nostra fantasia, dalle ore 17 alle 7 di sera per fissarsi  poi di conseguenza alle 19. Per cui il primo imbarco ad Ancona lo abbiamo vissuto in fretta e furia, correndo in macchina verso l’imbarco, fra una rotonda e un rettilineo, siamo saliti al volo sulla motonave che subito dopo è salpata verso la Grecia. La seconda volta da Ancona, dopo aver controllato per mille volte l’orario del biglietto, arriviamo comunque con due ore di anticipo, è il primo di luglio del 2020, siamo in piena pandemia e la Grecia a fissato questa data per accogliere i turisti provenienti dall’Italia, penso che tutti gli italiani fossero lì. Non mi va di raccontare la bolgia, il caldo e  quelle terribili 5 ore di fila, ma l’angoscia della paura del  contagio è durata per i seguenti 15 giorni, fino a che abbiamo capito di non essere stati contagiati da nessuno. Ancona? Il porto di Ancona? lo abbiamo solo intravisto, una porta Romana, mi pare, un po’ alta con una gradinata davanti. Questo è il terzo anno: l’orario del biglietto è chiaro, la data della partenza dovrebbe essere una… partenza intelligente, c’è il risultato del tampone molecolare eseguito 72 ore prima, ma soprattutto c’è una curiosità nuova per Ancona. Qualche mese fa, un lunedì sera sul canale 54 di Rai storia ho seguito un documentario condotto dallo storico Sergio Sparapani anconetano doc., è stata una vera sorpresa: sarà stato l’amore con cui ha raccontato la sua città, sarà stata la storia ultra millenaria di Ancona, i suoi  monumenti antichi, il museo archeologico, insomma quella porta Romana con la gradinata davanti che io avevo definita un po’ alta, per lo storico è l’ arco di Traiano, molto slanciato. Ho seguito la trasmissione con  molta curiosità ed ora non vedo l’ora di arrivare sul molo del porto di Ancona  per ammirare con più calma e più consapevolezza questo Arco trionfale che in prospettiva perfetta si vede anche dall’arco Clementino e, per chiudere la visuale, in cima al colle Guasco troneggia il Duomo, dedicato a S. Ciriaco. Se tutto ciò non lo avessi visto prima in TV, forse non me ne sarei mai accorta. Per il Museo Archeologico e tutto il resto bisognerebbe prendersi almeno una giornata prima dell’imbarco. Ma le cose cambiano sempre e… non so se l’anno prossimo partiremo ancora da Ancona. Ma certamente l’aver   conosciuto un nuovo pezzetto d’Italia mi ha dato non solo l’impressione, ma anche la certezza di appartenere a uno splendido paese.

VERSO LA GRECIA

Il traghetto Florencia è già attraccato al molo, sembra piccolo ma i camion che ne  escono, non finiscono mai e alla fine la sua linea di galleggiamento che prima era immersa  nel mare ora affiora con evidenza. Tocca a noi, ora,  salire a bordo, le macchine in coda sono veramente poche e i marinai ci guidano a gesti sul ponte scoperto, di solito ci fanno parcheggiare nella pancia della nave dove il rumore è assordante, il caldo è insopportabile, la puzza e la mancanza di aria è terribile in più la confusione è totale: portiere spalancate, bagagliai aperti, motori di auto ancora accesi, e una moltitudine di persone che zizagano cariche di borse e di zaini  fra una macchina e l’altra per raggiungere le scale che porteranno alla reception. Noi,  come gli altri andiamo all’arrembaggio per conquistarci la chiave della camera, fra un passeggino e un disabile, tra borsoni e bambini, tra cani al guinzaglio e gabbie di gatti. Mi ci vuole sempre un po’ di tempo per raccapezzarmi: prendere dalla macchina la borsa da viaggio, la borsa con le cibarie e l’acqua, le giacche se la sera vogliamo uscire sul ponte, insomma come al solito siamo carichi come somari. Questa volta va meglio sembra una gita sul battello al lago, la macchina all’aperto e un sacco di spazio libero, ma vista la pandemia ci dirigiamo in cabina per uscirne solo la mattina seguente per prendere un cappuccino al bar. Ma anche da lì scappiamo subito: i camionisti greci fumano alla grande, come se niente fosse. Sul ponte esterno i viaggiatori girovagano, telefonano, degli hippie settantenni fanno crocchio, altri osservano e fotografano la costa Greca già in vista, io approfitto per fare ginnastica su di una panchina di legno sul ponte più alto dove non c’è quasi nessuno. È strana questa traversata: il piccolo traghetto è  molto ben curato e pulito, c’è odore di disinfettante dapertutto, il personale è gentile e disponibile, il mare è calmo e il vento a favore. Mi sarebbe piaciuto che questa volta ci fosse con noi nostra nipote. Mi ricordo perfettamente il suo sguardo  angosciato di  qualche anno fa, nella pancia del traghetto Splendid: è scesa di macchina e si è guardata in torno  con sgomento, non era mai stata su un traghetto e noi glielo lo avevamo descritto con ampie sale piene di divani,  ristorante e self-service, negozi, sale Giochi, e sala con pianoforte nonché cinema e piscina esterna. Mi sono avvicinata a lei e gridando un po’ perché il rumore era fortissimo l’ho rassicurata spiegandole che quello dove ci trovavamo era solo il garage, sopra avrebbe trovato tutto diverso e con aria condizionata. Lei, in seguito avrebbe chiamato quel  traghetto:  Carciofus, il terrore dei 7 mari,  a ricordo di quella prima e pessima impressione.

 IL CANTIERE

Entrare in cantiere in macchina è oramai una consuetudine,  il più delle volte sospiro sconsolata e penso: ecco signora Leoni, qui cominciano le sue ferie. Già prima di arrivarci, sulla stradina che percorriamo per raggiungerlo gli scossoni in macchina causati dalle voragini che la costellano, mettono a dura prova le mie  vertebre cervicali. Scendendo dalla macchina c’è vento, per forza siamo al mare ma la sua vista  è ostruita da centinaia di barche sollevate da terra e appoggiate a invasature che le rendono innaturalmente immobili, e quasi irraggiungibili se il cantiere non fornisse delle lunghe scale per arrivare al pozzetto di ognuna di loro, queste barche sono talmente vicine le une alle altre che sotto questo intrico di carene si forma una fitta ombra che sarebbe anche piacevole se il vento non sollevasse un polverone da farti lacrimare gli occhi. Lo stesso cantiere visto dal mare, a un paio di miglia dalla terra sembra un immenso bosco di soli tronchi secchi: centinaia e centinaia di alberi di barche riempiono compatti l’orizzonte,  si ha l’impressione di un panorama ecstraterrestre. Il cantiere non è un posto per signorine eleganti, nemmeno per signorine normali, è un vero regno di maci, meglio se con un poco di pancia,  meglio se con barba da tagliare, l’ abbigliamento è… diciamo casual, meglio se macchiato di vernice. Lo si vede arrampicato in testa d’albero, o per metà immerso nei motori o alle prese con una centralina elettrica, ama disporsi a crocchio con i  suoi simili per discutere di baderne, prese a mare, e cinghie dell’alternatore che non si riescono ad allineare. Avvitano, svitano, carteggiano, verniciano, puliscono con l’idropulitrice, armano le loro barche e controllano che gli anodi sacrificali non siano consumati. Sono tutti super esperti ma i furgoncini di meccanici ed elettricisti non mancano mai in cantiere. Come non mamcano mai gatti famelici e affamati, gazze che rubano il cibo dei gatti e cani che cercano di fare altrettanto, c’è sempre un gran movimento di animali anche attorno alle enormi pattumiere. Le giornate passano frenetiche e verso sera avviene la trasformazione dei maci del cantiere, dopo la doccia sono tutti puliti, sbarbati e profumati,  scendono dalle alte scale appoggiate alle loro barche con calzoncini in tinta con la t-shirt, sembrano la pubblicità del Martini: già abbronzati col pullover sulle spalle e un’ aria da lupi di mare che la sanno lunga. Di donne in cantiere se ne vedono pochine sono per lo più all’interno delle imbarcazione a pulire e sistemare, quando scendono dalle alte scale  si destreggiano fra tavole di legno, catene e ancore penzolanti, a terra ci sono buchi con prese d’acqua a cui attaccare le canne, una vera gincana fra pericoli, non mancano improvvise cascate d’acqua dagli ombrinali delle barche, pozze di olio da raggirare o retromarce di macchine da scansare. Se proprio tutto va bene, rumori improvvisi e violenti fanno trasalire e miasmi di diluenti e vernici le assalgono. Lasciamo perdere le condizioni dei bagni e non parliamo nemmeno di una ben che minima comodità. All’occorrenza non mancano di aiutare i loro compagni, lo fanno, ma ne farebbero volentieri a meno. Infatti molte arrivano in cantiere a lavori terminati o si fanno venire a prendere in aeroporto prima del varo oppure fanno il part-time alloggiando in albergo la sera e lavorando in cantiere di giorno. Ho l’impressione che le donne facciano tutto questo per amore dei loro uomini  e del mare, altrimenti non si spiegherebbe tutto questo gran tramestio di  disagi e fatiche varie. Certo ci sono cantieri e cantieri, in alcuni ci sono ristoranti e negozi  e elettricisti e meccanici sono messi a disposizione (a pagamento) ma… non sono cantieri adatti ai nostri maci che vogliono farsi i lavori da soli. Solo la sera, quando l’officina del cantiere è chiusa e i trapani tacciono, quando gli effluvi delle vernici si sono diluite nell’aria, quando il sole si ritira e il cantiere sembra svuotarsi, solo allora spuntano lievi nel cielo le stelle e la luna si riflette nel mare ricamandolo con fili d’argento che danzano a pelo d’acqua. È solo allora che anche le donne del cantiere si materializzano e le vediamo aggirarsi al buio, indossano gonne lunghe, e orecchini pendenti, ben truccate e profumate, come i loro maci, pronti per una meritata cena al ristorante. Ho l’impressione che l’arte culinaria abbia un notevole peso per i frequentatori dei cantieri.  



 
 

E’ passato un po’ di tempo da quando ho avuto il piacere di leggere  il primo romanzo di Gino Corcione dal titolo “Il Maestro Di Violino”. Aspettavo una sua presentazione ufficiale per poterne parlare, ma il CV ha bloccato tutto, ma non ha bloccato Gino che a distanza di poco tempo  ha pubblicato un secondo romanzo dal titolo: ” La Nonna”. Se Gino corre io fatico a stargli dietro! Per cui, ora parlerò ampliamente del primo giallo: ” Il Maestro di Violino”. Mai un momento in cui poter interrompere la lettura. Si entra subito nell’azione, poi si delinea la figura del protagonista Napoleone Esposito, la Napoli degli anni 70 e dintorni sono il teatro delle sue avventure accompagnate da un corollario di personaggi. Ecco, sì, i personaggi sono molteplici e diversi, a volte grotteschi, altri tremendi. L’autore dosa sapientemente: eccessi e quotidianità, esplora e traduce per noi quella moltitudine napoletana che via via si interseca nel giallo. È uno scorrere continuo di fatti, situazioni che mutano, personaggi che si aggiungono. In tutto questo mondo, Napoleone Esposito, cerca di barcamenarsi, di capire, di scoprire. Così da ragioniere si improvvisa investigatore. Fra le tante difficoltà  Napoleone, detto Popò, dovrà vedersela di continuo con il suo ego, proveniente anche lui da Casal di Principe!  che non lo molla mai, sempre lì a fargli da grillo parlante. Dovrà vedersela col suo primo incontro – scontro con una barca a vela, con problemi economici, e quando apparirà Nadia, gli tremeranno le gambe. Ma questo non sarà nulla in confronto ai morti, e agli scontri che avrà con la camorra. 
È in questi frangenti che viene fuori il meglio di Napoleone: persona onesta e profondamente corretta che pur capendo certe situazioni non viene mai a compromessi. Il suo comportamento sarà vincente e avrà dalla sua altri napoletani: coraggiosi ed onesti, suore che rubano ma capirete il perché e persone che indossano panni che non gli appartengono, e anche di questo capirete il perché.
 Popò si muoverà su due indagini, sempre destreggiandosi nella sua Napoli. Nel 30° capitolo ne farà un inno emozionante dal quale traspare tutto il suo amore per Napoli. Scrive l’autore: Il Parco della Rimenbranza, detto anche Parco Virgiliano. Di giorno era metà di turisti. Un promontorio boschivo che all’improvviso, si affacciava sull’impossibilità. Poeti, scrittori e viaggiatori di tutti i tempi avevano tentato inutilmente di descrivere ciò che provavano quando lo sguardo volgeva a sinistra sul Golfo di Napoli, Mergellina, il Castel dell’Ovo, Castel S. Elmo, Capri e la Penisola sorrentina e di fronte e sulla destra Capo Miseno, Procida ed Ischia…
 È sensibile il nostro Popò, ma nei momenti cruciali tira fuori una bella grinta, e noi facciamo il tifo per lui. 
Al di là della trama, top secret per ovvi motivi, il romanzo giallo: “ Il Maestro Di Violino” è scoppiettante di vivacità,  ironico e di piacevolissima lettura, ho trovato personalmente solo qualche difficoltà nel leggere e tradurre le frasi dialettali in napoletano, ma, se noi lettori abbiamo imparato il siciliano attraverso i romanzi di Camilleri, certamente impareremo il napoletano con i romanzi di Corcione.
Ma non è tutto perché il nostro Gino Corcione è uno scrittore prolifico, come già spiegato, e il suo Napoleone Esposito detto Popò è alla sua seconda avventura con il nuovo romanzo giallo dal titolo “La Nonna”. In questo secondo romanzo Popò vede avverarsi la sua più grande aspirazione: diventare un vero investigatore, ma la sua personalità la farà sempre da padrona.
Se avete già letto: ” Il Maestro Di Violino” sarà un vero piacere veder crescere l’investigatore Napoleone Esposito, se non lo avete ancora letto, Corcione vi accennerà nel secondo romanzo: ” La Nonna” appena pubblicato, le sue origini e le sue aspirazioni. Sulla trama… Sempre top secret.
Una nuova avventura tutta da scoprire. 

  Il primo motivo per cui ho scelto di leggere questo romanzo è perchè me lo ha suggerito la mia amica Monica, per cui ero  certa di andare a colpo sicuro. Il secondo motivo è perché ho da poco tempo una nuova amica taiwanese e avrei voluto saperne di più sulla Cina, pur avendo già letto altri libri tra cui “Cigni selvatici, tre figlie della Cina” romanzo memorabile di Jung Chang. In questo caso mi interessava  sapere cosa scrivessero le nuove generazioni di autrici  cinesi e Karoline Kan, con il suo romanzo: “ Sotto cieli rossi” Diario di una millennial cinese, ha soddisfatto molte delle mie curiosità ed è andata oltre le mie aspettative.  L’autrice nelle prime 4 pagine, ci da una precisa cronologia storica, che non guasta mai, sulla Cina dagli anni 1945 fino ad oggi. Poi passa a raccontare della sua vita prima che venisse al mondo, dando un quadro completo di quello che succedeva ai suoi genitori negli anni ‘80 in cui la faceva da padrona la politica del figlio unico. La protagonista di questo romanzo  è una secondogenita, con tutte le conseguenze del caso e vivrà costantemente con la paura di essere portata via dalla polizia. Governo, funzionari, commissioni, autorità, poliziotti, regole, divieti, obblighi, popolano i 18 capitoli di questo romanzo ma Chaoqun, vero nome dell’autrice di questa storia autobiografica, che vuol dire fuori dal coro, ha alle sue spalle generazioni di donne non da poco. Si legge a pag. 47: Più tardi, quando mia madre mi raccontò dell’incrollabile supporto ricevuto da Guiqin, rimasi sorpresa solo in parte. Le donne della mia famiglia quelle da cui discendo anch’io, sono così: ostinate. Mi hanno spronato ad andare avanti, risoluta e senza paura, proprio come hanno dovuto fare loro per permettermi di esistere.  Ed è con questo spirito  che la narrazione prosegue, anno dopo anno, avvenimento dopo avvenimento: trasferimento, scuole, nuovi vicini, lavoro. Ma sono anche un fiume di particolari, di impressioni, di profumi, di colori, di paesaggi mai uguali che arricchiscono questo racconto così accorato e drammatico, così reale ma nel contempo pieno di sogni.   Non è poi così difficile immedesimarsi con la piccola Chaoqun quando si nasconde per la paura, fa tenerezza,  anche se il contesto è diverso dal nostro, la paura dei bambini è sempre tragica. La  osserviamo adolescente, oberata dai compiti di studentessa, impegnatissima per raggiungere il traguardo, ma ha anche il tempo per farsi  domande e darsi risposte che a volte non le piaceranno, e infine la ritroviamo adulta,  alle prese coi genitori  che contesta. Come non volerle bene, come non tifare per Lei, così apparentemente fragile in un mondo così granitico. Ogni pagina andrebbe  riletta per poterla assaporare meglio. Miriadi di storie, di aneddoti, descrizioni di vecchie pettegole, e integerrime funzionare.    Leggere oggi, nel 2021 tutte le vicissitudini di Karoline Kan mi ha fatto trasalire più volte, la sua data di nascita 1989 corrisponde alla rivolta degli studenti in piazza Tienanmen con le conseguenze che tutti conosciamo ma che ancora oggi il governo cinese rifiuta di commemorare. Ma il 4 giugno del 1989 quanti anni avevo io? Cosa facevo? Come avevo vissuto quella notizia? Non me lo ricordo chiaramente, ma leggerlo in questi giorni da un libro ha avuto su di me un effetto dirompente, ho riletto date ed episodi, le condizioni drammatiche di un intero popolo con la Grande Carestia, la tragedia delle donne, corruzione, ingiustizie, e la voglia di riscossa. Ho ritrovato Mao Zedong, di cui mi parlava mio padre da bambina. L’avvento della Rivoluzione Culturale, le guardie rosse che impazzano nel 1966; io forse in quegli anni  avevo il primo fidanzatino, lo so che la cosa non interessa  nessuno, ma volevo dire che la Storia va avanti anche se noi dormiamo. E ancora: Deng Xiaoping, La SARS nel 2002 e in fine Xi Jinping, attuale presidente in carica. Rileggere oggi la Storia che mi è scivolata addosso senza coinvolgermi troppo perché lontana, mi ha confusa e amareggiata. Oggi forse è diverso perché sono adulta, perché la Cina e altri paesi non sono più così lontani. Ancora una volta la lettura di un libro mi ha aiutata a comprendere meglio alcune realtà, non solo curiosità, non solo Storia, ma anche comprensione. Tutto molto  al di là delle mie aspettative.   Scrive Karoline: Per comprendere la Cina e i cinesi è necessario immaginarsi qui, chiedersi come ci si sarebbe comportati al posto delle famiglie di questo libro, che alle spalle avevano determinate tradizioni politiche e culturali. E’ molto più facile biasimare la Cina che capirla davvero, è più facile giudicare i cinesi che tentare di conoscerli. Ma sono certa che la ricompensa per chi ci prova sarà grande, tanto quanto il rischio per chi rinuncia. Be… se volete anche Voi  la ricompensa, non mi resta che augurarvi 297 pagine di strepitosa lettura.


Il ticchettio della pioggia sulla barca quasi mi emoziona, così lieve, delicato, proprio la calma dopo la tempesta, e pensare che solo 4 ore fa una Signora tedesca mi affidava il suo zaino con gli effetti personali, era certa che la sua barca sarebbe affondata perché l’ ancora aveva mollato e le raffiche la spingevano verso le rocce in balia delle onde. E sì, anche le onde in porto, perché il vento aveva girato, e loro, gonfie di schiuma e potenza sono entrate prepotentemente. Se per i due giorni precedenti, i vari equipaggi delle barche ormeggiate al molo di Mitika avevano tenuto testa al ciclone Medicane, ora sarebbe stato molto più difficile, ma non lo sapevano, credevano che il peggio fosse passato e anche a noi è piaciuto illuderci.
Lo sapevamo che sarebbe arrivato, abbiamo valutato se cambiare porto e fatte le nostre considerazioni avevamo valutato che l’ancora, più i 50 metri di catena, sarebbero stati più che sufficienti per una buona tenuta, il porto è ben protetto e già due anni fa quasi nella stessa posizione avevamo preso 73 nodi di vento. Insomma eravamo tranquilli anche se già dalla notte di mercoledì a causa del gran vento e dello sfregare dei parabordi non eravamo riusciti a dormire. Giovedì siamo andati a letto prestissimo, alle 20 perché le previsioni davano peggioramento già dall’ una di venerdì.
Dal diario di bordo di Felicità
Giovedì 17-9-2020 Mitika
È l’una di notte, è impossibile dormire, balliamo tanto che i parabordi saltano all’interno del passo avanti della barca che vibra frenetica sulla catena dell’ancora, pur non formandosi mare in porto è il vento forte che ci spinge verso il molo. È tutto un correre per star dietro a cime e parabordi, sul molo gli uomini gridano, le donne aiutano, tutti hanno i loro problemi con questo ribollire di barche, i motori sono accesi per aiutare le ancore a contrastare il vento contrario, per fortuna non piove più ma tutto è ancora grondante. In cabina le ante dei mobiletti sbattono, le fermo con lo scotch, la Moka nel lavandino cade, ma il caffè è salvo nel thermos, butto la parte inferiore della tenda divisoria che ondeggia sulla dinette e incastro il bicchierino del dentifricio, tutto usando una mano sola, l’altra mi serve per tenermi aggrappata e non cadere. Non posso fare molto per aiutare Enrico. Ricomincia a piovere, all’improvviso la passerella ha un violento movimento in avanti, la sua cima è finita nell’elica del motore: motore in folle, marcia in dietro e con uno strattone Enrico recupera la cima tutta spelacchiata dall’elica del motore, col furore del vento era finita in mare. Ricomincia a piovere e a tutto l’ululare del vento si aggiunge lo scrosciare dell’acqua, sul molo le luci si spengono, è saltata la corrente. È come se mancando la luce ti mancasse anche l’aria, è veramente buio e tutto è più difficile. Un’ancora non tiene più, la barca sta andando a scogli, tutti cercano di aiutare, anche Enrico salta sul molo. Le raffiche arrivano ad intervalli e sembrava che prima non ci fosse vento, poi passano, ma il loro susseguirsi si accumula generando panico. Non c’è un attimo di pace, raffica, le barche si scontrano fra di loro, bisogna tenersi ben stretti per non cadere. Le tre del mattino, raffica, paura, guardo le previsioni del vento, fino alle 8 non migliorerà. Raffica, paura, è un crescendo di frastuono: acqua vento, CRAC, la barca vicino alla nostra, la cui ancora non tiene più, ci monta sopra con la sua falchetta distruggendo due candelieri, il crac che sento all’interno della barca è terribile, esco, la pioggia battente che mi ha subito colpito la faccia sembra una manciata di sassolini, sistemo i parabordi, raffica, mi aggrappo mentre Enrico sistema le cime, scoppia un parabordo, il vicino di barca urla e piange. Ora sono due le barche senza ancora, entrambi appoggiate sulla nostra dritta, con questo carico non so se la nostra ancora terrà.
Raffica, la nostra ancora tiene, sono le 3,45, durerà fino alle 8, il tempo non passa, raffica, paura, e io scrivo, non so fare altro. Alle sei del mattino aspetto con ansia le 8 perché il ciclone è previsto si debba spostare a sud est. È un continuo guardare l’ora ma il tempo non passa e le raffiche aumentano di intensità. Sono le sei, controllo per la milionesima volta le previsioni sulla App di Windy: Il ciclone, anziché spostarsi a sud, come previsto, ci raggiunge diretto a est: potente, ululante come una bestia feroce che porta rumori agghiaccianti, quasi muggitti, mi spaventano, non li conosco, non li ho mai sentiti prima. Distrutta più che altro dallo stress, visto che sta facendo tutto Enrico, mi butto sulla dinette e chiudo gli occhi…vedo, luminoso il movimento del vento che ruota e raggiunge il ciclone. Devo smetterla di guardare in continuazione Windy.
Venerdì 18-9-2020 Mitica
Ma ci ricasco e alle 8 ho la conferma che il ciclone si sposterà a sud nelle prime ore del pomeriggio. Le telefonate degli amici c’è lo confermano, aspettiamo fiduciosi, e pur continuando a piovere, verso le 15 il vento cala all’improvviso. Uno stano silenzio dopo tre giorni di incessante frastuono. La barca della Signora tedesca non è affondata e lei sorridente reclama il suo prezioso zaino. Sono certa che se non ci fosse stato di mezzo il corona virus, ci saremmo abbracciate e baciate.
Sabato 19-9-2020 Mitika
C’ è poco vento e non piove più, il cielo è grigio ma degli squarcio di azzurro fanno ben sperare, un azzurro particolare, molto bello, quello del mare, del cielo e della bandiera della Grecia. Domani salperemo per……….

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Quando Vittorio Zucconi, al termine della cerimonia, ha dichiarato a Colui Che Aiuta il “ medicina men” Marvin di non aver capito niente, e di conseguenza non sapere ancora se avesse o no ricevuto il permesso dallo spirito, di scrivere la storia di Cavallo pazzo, Marvin gli risponde così: “Sì ma ti ha ordinato di tornare qui per una cerimonia di ringraziamento e di purificazione, quando lo avrai finito. Ricordatelo, perché loro, gli spiriti, non dimenticano.” Ed questo il titolo che Zucconi ha dato al suo libro: “GLI SPIRITI NON DIMENTICANO. Vittorio Zucconi non si addentra subito nella storia di Cavallo Pazzo, ha, come dire, la necessità di spiegarci i suoi primi approcci con Lui e le letture che lo hanno riguardato, ci parla del viaggio intrapreso nella terra dei Lakota per meglio approfondire e documentarsi. Da questo punto in poi il suo coinvolgimento sarà totale, fino alla fine della stesura di questo bel libro di Storia. Ricco di aneddoti, date, resoconti, documentazioni che finalmente rendono giustizia agli indiani e come scrive Zucconi nell’ introduzione: “l’immagine di quei popoli e dei loro capi è sempre stata violentemente distorta dalla fantasia commerciale dei registi e dei produttori di Hollywood.” Scrive naturalmente molte altre cose che è bene leggere perché sono motivo di chiarimenti e riflessioni. Non vorrei però darvi l’immagine di un libro polpettone, al contrario, è un avvincente romanzo. Seguendo non solo il suo protagonista ma tutto il suo popolo: come vive, come dorme, come caccia il bisonte e come lo cacciava prima di conoscere il cavallo. Scrive del rispetto e dell’ importanza di ogni membro della tribù: le donne, con le loro capacità, gli uomini cacciatori, i bambini, che come leggeremo vengono ascoltati e presi sul serio anche in decisioni importanti. I vecchi, le vedove i malati e gli omosessuali che vengono mantenuti da tutta la tribù. Per ognuno di loro ci viene svelato un mondo a noi sconosciuto, come per esempio, fare la fila con gli altri contendenti, fuori da un tipì, per poter corteggiare una ragazza seduti accanto a lei, sotto una coperta. Oppure come ottenere della colla dagli zoccoli di un bisonte o costruire un giocattolo, sempre ricavandolo dal bisonte. È all’interno di questo mondo, e precisamente in un villaggio di Lakota Brulé, alle porte di Fort Laramie che la tragedia degli indiani ebbe inizio, a causa della mucca impaurita di un pioniere mormone. L’autore, dopo aver descritto per bene tutta la storia, così conclude il capitolo: “ La guerra fra gli Stati Uniti d’America e gli indiani delle Grandi Praterie – che sarebbe durata più di vent’anni e sarebbe finita con lo sterminio dei Sioux – era cominciata formalmente, in quel 1854. Per colpa di una mucca lessata.” Le grandi Praterie appartenevano agli indiani. L’uomo bianco, chiamato dagli indiani Uas’ichu (Colui che ruba il grasso), gli ha rubato anche la terra, non mantenendo i trattati, perpetrando ruberie, imbrogli, umiliazioni e massacri. Ci informa Zucconi “ Alla fine del secolo quando il West fu vinto dagli emigrati europei, erano rimasti 1000 bisonti e 237.000 indiani. In 90anni erano morti in guerra o di malattia, il 75 percento degli indiani e il 100 Percento dei bisonti, che erano alla base della loro civiltà e della loro esistenza.” In queste 308 pagine sono ben spiegati tutti i meccanismi che hanno portato a questa tragica conclusione: tutti i personaggi (nomi e cognomi ) tutte le categorie di ingordi affaristi e piccoli commercianti, dallo sfruttamento minerario, ai grandi interessi della linea ferroviaria della Northern Pacific Railroad che avrebbe collegato le due coste dell’America. E non manca nemmeno il segreto finale che ci svela Scialle Nero. Ho apprezzato molte cose in questo libro, prima di tutto l’ imparzialità dell’autore quando racconta degli indiani: che rubavano i cavalli alle altre tribù, o altre loro malefatte. Ho apprezzato la chiarezza della sua scrittura nel destreggiarsi fra: conflitti e tattiche di guerra. La fluidità con cui ha saputo intrecciare tenerezze, spiritualità, con l’invidia e la meschinità. Ho molto gradito la cartina geografica Della Grande Prateria del Nord, sulla quale ho seguito la battaglia del Little Bighorn del 25 giugno 1876, tifando per Cavallo Pazzo e gioiendo per la sconfitta del generale Custer. E condivido a pieno la quarta di copertina, in particolare la frase: racconto struggente e meraviglioso, che nessun “ viso pallido” potrà leggere senza un brivido di tenerezza e di Vergogna. Non so quando l’autore abbia partecipato alla cerimonia di ringraziamento è purificazione, ma sono certa che oggi, lo spirito di Cavallo Pazzo abbia tratto giovamento da questo bel libro, non solo per se ma per tutti gli indiani. Grazie all’autore per aver dato luce a questo pezzo di storia e grazie a mia nipote che me lo ha regalato, centrando a pieno le mie preferenze, anche le nonne non dimenticano😁

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Le stelle di Monica Tosetto non sono delle stelle qualsiasi, come non è qualsiasi il suo romanzo. La casa editrice L’Erudita lo ha capito, pubblicandolo con un titolo altrettanto intrigante: “Stelle binarie”. Le due stelle: Selvaggia e Barbara sono le protagoniste, le loro vite corrono parallele come le stelle binarie. Il bello di questo romanzo, che non vi racconterò, è appunto il modo in cui sono congeniate le due storie. L’autrice dopo una visita all’Osservatorio Astronomico “G. V. Schiapparelli “ di Varese ha avuto un’ intuizione geniale : far procedere le protagoniste come se fossero due stelle della stessa galassia: Nana bianca e Gigante rossa, a volte lontane fra di loro a volte vicinissime, stelle binare appunto, che in un orbita comune arriveranno a toccarsi e… A prima vista, potrebbe sembrare uno stratagemma tirato per i capelli ma bisogna leggere il libro per capirne la profondità, per apprezzarne i paragoni, per coglierne le adeguatezze. Nel capitolo: Orbite comuni, le protagoniste che ancora non si conoscono frequentano lo stesso centro medico. Per raccontarlo la Tosetto inizia con un preambolo evidenziato: “Nel complesso sistema orbitale, due stelle binarie strette o interagenti sono coppie di stelle legate intorno ad un comune centro di massa e la loro distanza è di poco superiore alla somma dei loro raggi. Interagiscono anche fisicamente con uno scambio di materia tanto da stravolgere la loro evoluzione nel tempo. E poi scrive il suo capitolo. La trama in un romanzo è fondamentale ma saperla raccontare lo è ancora di più. Quello che ho apprezzato in queste pagine è la chiarezza dell’atmosfera che si respira, mano a mano che le situazioni si intrecciano e si districano, Monica Tosetto usando una scrittura scorrevole riesce a farci sentire le paure, le ambizioni, la volontà, la rassegnazione, i desideri, l’inadeguatezza. Usa metafore, paragoni, parallelismi e per descrivere una gioia strabordante non esita a paragonarla ad una donna di Bottero. Un’attenzione particolare va alla frase scritta sul segnalibro del suo romanzo: “ Sei una Nana Bianca o Gigante Rossa? La vita decide per chi non sa decidere”. Penso che qusta frase sia da attribuire a quello che l’autrice ha detto a proposito del suo libro: “Il vero messaggio che voglio trasmettere con il mio romanzo è proprio quello di non aspettare che qualcuno ci conceda una seconda opportunità, dobbiamo essere noi a crearcela, diventando così artefici e tenendo tra le mani il nostro destino.” La dedica di questo libro è: “Alla mia vera Selvaggia, la supernova più brillante. Solo per questa frase aggiungerei: ” Un libro sulla Speranza”. Un romanzo, due storie, un finale stellare. Complimenti a Monica Tosetto, aspettiamo il suo secondo romanzo.    

Il 27 Dicembre 1947, 70 anni fa, avveniva la promulgazione della Costituzione della Repubblica Italiana. Che sorpresa, che onorelo avevo conosciuto attraverso le pagine di Repubblica e ascoltato nella trasmissione Babele e adesso era lì davanti a me. Ma come è stato possibile!? Una sera, esattamente il 14 novembre, mentre ascoltavo la musica di Piovani ed ero comodamente seduta in poltrona un fascio di luce illuminava la prima pagina del suo libro che tenevo sulle gambe. Sono bastate poche righe e il tono confidenziale della sua scrittura mi ha affascinata. Come se mi fosse seduto accanto e cominciasse il suo discorso scusandosi per averlo scritto, questo libro… forse lo si sarebbe preso per un esibizionista o, ancora peggio, avrebbe corso il rischio di essere noioso…ma la tentazione di raccontare, mi confidava, era stata forte e aveva dovuto seguirla. Continuavo a leggere rapita da tanta spontanetà e già pensavo:Ma figuriamoci, Corrado Augias noioso, esibizionista? Mi veniva voglia di incoraggiarlo: “su… su… non faccia così, una persona a modo come lei, con la sua esperienza, cultura e capacità professionale può solo far bene” Avevo ragione! Il suo ultimo libro intitolato “Questa nostra Italia-luoghi del cuore e della memoria” è uno di quei libri di cui, una volta aperti, non vorresti mai interromperne la lettura. Parla delle città italiane, ripercorre la loro storia, racconta dei tesori d’arte e con la convivialità che lo contraddistingue ci fa partecipi dei suoi ricordi d’infanzia legati al dopoguerra. La storia con la esse maiuscola è sempre ben documentata con dovizie di date, nomi e fatti. Si parla molto d’Italia, di Italiani e di concetto di patria. Scrive a un certo punto, come ad interrompere il discorso, un capitolo dal titolo: “A tavola!” Ma è sempre d Italia e di Italiani che si parla, delle loro diversità e delle loro varie ricchezze. Ho preso un sacco di appunti prima di scrivere questo pezzo: Torino la misteriosa, Milano e Giorgio Gaber, Venezia e il Bucintoro, Trieste, Gorizia e qui l’autore non manca di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Genova con i suoi cantautori. Riporta una lettera di Leopardi inviata al padre a Recanati in cui è chiaro il suo sconcerto per gli intellettuali romani di quell’epoca. Approccia Firenze nel 1865-1870 quando è stata capitale del Regno d’Italia, prosegue con Machiavelli e tutti i suoi altri Grandi. Un capitolo è dedicato alle città umbre, ai suoi boschi e colline. C’è la Bologna turrita di Giosuè Carducci e tutto quello che la città ha valorizzato; Augias la confronta con Roma, che non ha saputo fare altrettanto. Non mancano pagine sulle stagioni dei cambiamenti: nell’editoria l’avvento di Rai 3 e del quotidiano la Repubblica, gli anni 60, il Vietnam, la liberazione delle donne e molti altri avvenimenti. Infine: Rimpianti e nostalgie anche per persone e luoghi di cui non ha parlato. Non mancano foto e un nostalgico profumo di bachelite. Insomma, tutti appunti che non è il caso che approfondisca perchè Corrado Augias nelle 343 pagine di “Questa nostra Italia” assolve egregiamente a questo compito dopo aver consultato documenti, visitato città, musei, chiese, e aver letto libri per tutta la sua lunga vita. Riporto solo dal testo poche righe a proposito di Palermo e Napoli ” Anche Palermo, come Napoli, è definita dalla contraddizione. Le due vecchie capitali del regno borbonico in questo sono uguali o meglio: sembrano uguali perchè in realtà le rispettive contraddizioni sono diverse…”. Riporto anche dalla quarta di copertina: Perché possiamo dirci italiani? A settant’anni dalla firma della Costituzione, Corrado Augias compie un viaggio nei luoghi della nostra memoria collettiva e in quelli del suo cuore. E scrive il suo libro più personale. Un’opera civile e insieme intima, che scava alla ricerca di un’identità le cui radici affondano nei mille diversi volti di un paese grande,bellissimo e tormentato. Ecco, se anche a voi, come a me, piacciono la storia, la geografia, l’arte , la musica, la letteratura e volete passare qualche serata con Corrado Augias non dovete fare altro che leggere il suo ultimo libro “Questa nostra Italia-luoghi del cuore e della memoria” Sappiatemi dire se vi è piaciuto

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Leggendo questo libro di Corrado Alvaro non ho potuto fare a meno di ricordare Ignazio Silone che nel suo romanzo Fontamara parla di ”cafoni” della Valle Abruzzese e di Piero Chiara che così bene descrive nei suoi libri le storie dei valligiani del luinese, in cui i passeri, congelati dal freddo, cadono al mattino dai platani. Un mosaico regionale di povera gente sopraffatta dalla fame e dalle ingiustizie, assalita dalle avversità della natura, ma anche operosa e piena di risorse. Come una fotografia o immagine fissa che descriva i tempi passati. Corrado Alvaro, in questa raccolta di racconti sembra voler invece traghettare quei tempi passati in quelli che stanno per arrivare. I suoi personaggi non sono solo immersi nel passato ma cominciano ad emergere, a cambiare, a sperare, vedono nei propri figli il loro riscatto agli occhi della gente che… si sa… nei piccoli paesi vedono e sanno tutto di tutti. Come nel primo racconto in cui il pastore Argirò desidera per il proprio figlio un futuro diverso dal suo. Lo farà studiare in seminario e anche il fratello maggiore sarà coinvolto in questo riscatto che lo porterà allo sfinimento. Non mancheranno le delusioni e le bugie, ma… il seme del cambiamento è già gettato. Lo si legge anche in La pigiatrice d’uva, dove la protagonista disperata si ribella, e la sua decisione potrebbe avere delle gravi conseguenze. In Coronata, sarà lo stesso: se il racconto è in linea coi tempi, nel finale il futuro è già scritto. Per il racconto Teresita invece, l’amor filiale e l’egoismo paterno avranno la meglio. Ma a che prezzo. Crisolina, in La zingara, vuole scappare, scappare, scappare. Ma Corrado Alvaro racconta anche di uomini buoni, come Biasi che in viaggio per andare a trovare la madre trova rifugio presso Vènera, e lei, che di uomini se ne intende, vedendolo così innocente e gentile gli dirà: ”Siete buono”. E rinuncerà momentaneamente agli altri uomini che bussano insistentemente alla sua porta. In tutti questi racconti l’Aspromonte è espresso fino in fondo con i suoi torbidi torrenti, con il fragore delle piogge torrenziali, le orecchie sono assordate dal rotolare di sassi e dallo schiantarsi di alberi colpiti dal fulmine. I pastori fuggono rifugiandosi in casupole di foglie e fango, in grotte, prigionieri di quella natura Matrigna di leopardiana memoria in cui anche il destino di una giovane giumenta è segnato, trovando la morte in un burrone. La scrittura di Corrado Alvaro è minuziosa e precisa, senza essere pedante. I personaggi e il loro carattere ci appaiono chiari, e già alcuni ci piacciono più di altri, li osserviamo mentre intagliano legni di ulivo, o imprecano per la mala sorte. La natura, quando non è matrigna viene descritta poeticamente, con un garbo speciale . Persino le sue ombre mi hanno emozionata quando scrive: ”La sera era chiara, c’era la luna. Erano intinti di luna gli alberi e la montagna, il mare lontano. Dopo i grandi calori era come se una lieve rugiada fosse passata sul mondo a inumidirne la sete. Pareva di sentire la voce delle fonti ai piedi dei monti o dei fiumi rinsecchiti che si ricordavano del loro boato. Le ombre delle case per le strade strette erano dense e nere, e tagliavano a spicchi e a triangoli le strade, come se vi fosse disteso qua e là un panno scuro. L’ ultima storia ”Ventiquattr’ore” viene da lontano, i tre protagonisti sono emigrati all’estero e in terra straniera rimpiangono la loro Calabria, il suo profumo e perfino il sapore delle erbe che mangiavano da bambini. La storia in cui si troveranno coinvolti Borriello, Ferro e Mandorla esula da ogni recinto personale, è una storia universale che loro, pur nascondendoselo, vivranno intensamente. Non importa più che siano Calabresi, che siano poveri, che non abbiano fatto fortuna. Adesso per loro la priorità è un’ altra. Scrive fra l’altro, Mario Pomilio, nella sua bella presentazione al libro: ”Eppure, sotto la crosta, il mondo della sua infanzia sopravviveva: nella memoria e negli affetti. E doveva essere proprio esso a ispirargli la prima opera della sua maturità, questa compatta raccolta di racconti di Gente in Aspromonte dove non c’è una sola riga che non riguardi la sua Calabria e dove con tanto amore e penosa partecipazione se ne descrivono la condizione, i problemi umani e sociali, i modi di vita, i paesaggi. Dopo aver letto questo bel libro mi viene spontaneo ringraziare pubblicamente la mia amica Simona, che me ne ha suggerita la lettura, e la Biblioteca Comunale ”A. Lucifero” di Crotone che concretamente me lo ha lasciato in prestito per quindici giorni. Penso comunque che questo sarà uno di quei libro che comprerò, così da poterlo riprendere in mano per rileggerne alcune pagine. Come si fa con i libri che più ti sono cari.

Mi piacerebbe parlare di questo libro con una mia amica, senza rivelargliene la trama, senza insistere sui personaggi principali, senza calcare la mano sulle evidenze. Mi piacerebbe dirle: “ È bello, leggilo, poi ne parliamo”.

Mi piacerebbe che anche alla mia amica piacesse riflettere su quello che ha letto e le venisse voglia di commentare, discuterne, di approfondire, di raccontarmi in quali punti del romanzo si è sentita completamente estranea o al contrario coinvolta. Quando ha sentito quella scossa che le ha fatto fare un salto, un salto che l’ha portata più avanti, o quando si è vergognata di appartenere alla razza umana.

Sono questi tipi di romanzi che mi fanno venire voglia di scriverne, condividerne i contenuti e soprattutto di conoscere che effetto abbiano fatto a voi. Mi piacerebbe farvi venire voglia di leggerlo e se lo avete già letto mi piacerebbe leggere i vostri commenti.

Portare… Farsi portare… Essere dentro… Sentire… La Mazzantini ci accompagna nel suo romanzo che è una storia di guerra e di amore, un amore strano e imperfetto da sembrare vero, è un presentarci etnie diverse, farcele conoscere quando vivevano in pace fra di loro, e dopo, durante la guerra . Molte volte, leggendo questo bel romanzo: “venuto al mondo” l’emozione mi è salita da dentro e si è fermata in gola formando un nodo che mi impediva di deglutire. I pensieri invece correvano veloci e scuri: terribile, atroce, angosciante, disumano. La Mazzantini mi ha portato in guerra, mi sono sentita in guerra, una guerra di cui avevo già letto e seguito in tv, una guerra che se pur vicina mi aveva trovata distante. Solo qualche zingara con la sua nenia: “ Vengo da Bosnia… aiutatemi” mi aveva fatto vergognare di non fare nulla.

Gemma è la protagonista di questa storia che si intreccia più volte: il presente con il passato, Roma con Serajevo. I mariti con gli amici, i tempi di pace con i tempi di guerra. Si affanna, lavora, si innamora appassionatamente di Diego, fotografo scapestrato; lo troveremo vivo e attivo sotto il tiro degli snipe a Serajevo e depresso a Roma con una scatoletta di tonno che ha fotografato per tutto il giorno. Poi… per Gemma… quella maternità sofferta, cercata a tutti i costi. E si troverà di nuovo sola e disperata, ma un uomo dell’Arma la proteggerà. In questo romanzo le persone anziane sono pennellate lievemente, senza eccessi, senza protagonismi, pennellate che comunque lasciano il segno. Mi sono commossa pensando al senso di colpa di una donna anziana che era ancora viva, quando tanti bambini erano già morti. Quando un anziano signore, dopo essersi vestito di tutto punto si è incamminato verso la sua università; il rispetto della moglie nei confronti della sua decisione, la loro complicità, il loro amore. Il romanzo, nonostante la guerra e tantissimi morti è pieno di amore, quasi a pareggiare i conti. I pensieri di Gemma, le riflessioni, i segreti, quello che vorrebbe dire, fanno da cassa armonica a tutto il racconto che prende un respiro o un affanno diverso ad ogni nuova situazione. È questo e molto altro il romanzo della Mazzantini che fino alle ultime pagine ti sorprende.

Più che un riassunto ho voluto raccontare cosa suscita questo romanzo, cosa ti lascia, le frasi che non vorresti dimenticare, le situazioni che mai avresti pensato di vivere e quelle che invece pur non appartenendoti ti fanno riflettere. Possibilità nuove, fuori dai tuoi orizzonti. Mi si è aggiunto un pezzo di mondo.

Dalla quarta di copertina:

Una mattina Gemma lascia a terra la sua vita ordinaria e sale su un aereo, trascinandosi dietro un figlio, Pietro, un ragazzo di 16 anni………