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Il biglietto di Lucia

Le motivazioni sono forti e quello che hai visto non riesci a cancellarlo: ti ricordi la penombra, la serata tiepida, la gente che passa frettolosa e quel pensiero:” Ma cosa sta facendo?”. La necessità di scrivere sorge spontanea, ma trovare le parole giuste per raccontarlo è stato difficile. Come tutte le prove difficili, conclusa la stesura del racconto:” Il biglietto di Lucia”, mi sono sentita serena. Racconto tratto dal libro: “Strettamente Personale” IL BIGLIETTO DI LUCIA Preambolo Un ragazzo accovacciato nella penombra di un androne, forse si stava drogando. Il peggio è stato voler credere che così non fosse. Comincia tutto come una molla che va caricandosi: immagine su immagine, parola con parola, pensiero dopo pensiero. Quello che succede sembra che non ti riguardi, non ti viene nemmeno in mente che possa toccarti personalmente. Poi, quando la molla è a fine corsa e scatta, ti colpisce con tutta la sua forza, ti lacera, ti fa male, ti fa piangere e soprattutto ti fa riflettere. E a quel punto non sei ancora in pace per inventare, per raccontare, per scrivere, per dare corpo. Ci vorrà del tempo per elaborare tutta la tristezza, molto tempo, perché… la Vita lo merita. Era penoso ritrovare quel biglietto disegnato a mano: un gattino piegato a squadra che si scappellava in ringraziamenti e sorrisi. Le ricordava quello che avrebbe potuto fare e che non aveva fatto. Più di una volta aveva pensato di buttarlo ma le pareva brutto, visto che quel biglietto di ringraziamento era l’ unico ricordo che le fosse rimasto di Lucia. Buttandolo non si sarebbe certo dimenticata di lei ma… non lo fece, lo ripiegò, l’infilò nella busta bianca e lo rimise nel cassetto, dove, non si sa fra quanto tempo, le sarebbe ricapitato nelle mani. Come a riprendere un pezzo di vita passata che si era interrotta, troncando per sempre un possibile futuro per Lucia. Era un piccolo pezzo di vita, lungo solo ventitré anni. E lei, Carla, c’ era entrata in primavera, per caso, due anni prima. “Ecco, questo è il laboratorio, venga due volte alla settimana per tre ore e veda di pulire quello che può senza spostare niente, di là c’è l’ufficio e il bagno, anche lì non tocchi niente!”. Parlava sul serio quel signore o stava scherzando? Come avrebbe potuto pulire un posto del genere senza spostare niente? Lo scantinato è fresco, l’odore della colla prevarica su quello dei colori a tempera che riempiono per metà un tavolo, le latte sono quasi tutte aperte e dai bordi sbrodolanti si capisce che colore contengono. Il piano del tavolo, montato su due cavalletti è ricoperto di fogli di carta da pacchi, ma il suo colore originale è solo un ricordo, un variopinto guazzabuglio di tinte fa da tovaglia a sagome in espanso di frutta e verdura a cui mancano ancora le sfumature fondamentali per farle sembrare vere; appoggiati su piattini, lì vicino, pennellesse e pennelli di varie misure. Altri tavoli, altri lavori in corso: letterine e numeri trasferibili per comporre un cartello pubblicitario. Cartoncini, lanzette, righe e squadre per creare dime. Sul tecnigrafo marchi da ingrandire, sulla parete di truciolare c’è agganciato un po’ di tutto, calendario di donna nuda compreso. Le matite e le gomme sono onnipresenti, non mancano forbici e martelletti, graffettatrici, puntine e… sigarette e mozziconi dappertutto, accese, spente, spiccicate per terra, ammontonate nei posaceneri o appoggiate sui bordi dei tavoli, che già riportavano i segni delle bruciature precedenti. Carla osserva incredula, con occhi sgranati, e solo al termine di quella carrellata veloce si domanda di che colore potesse essere originariamente il pavimento. Sacconi neri della spazzatura erano agganciati alle manopole dei caloriferi a ridosso delle colonne portanti situate al centro dell’ampio locale. Tre enormi vetrate illuminano: il laboratorio vetrinistico, il caos che lo sovrasta, la vitalità che lo anima e le persone che ne sono gli artefici. Fra tanti ragazzi e ragazzotti vocianti, una fanciulla silenziosa è china sul tavolo da disegno, sta tracciando su di un foglio il viso di una bambina con i codini. Il tratto è leggero ma senza incertezze, la mano procede disinvolta lasciando sul foglio un viso sbarazzino con tanto di lentiggini. Una fanciulla silenziosa, così l’aveva subito qualificata Carla ma per le due ore successive i suoi pensieri furono concentrati su quello strano laboratorio da pulire. “Senza spostare niente!”. Solo nell’intervallo di mezzogiorno, mentre gli altri uscivano per prendersi un panino al bar, Lucia si era presentata e le aveva chiesto di fermarsi con lei a mangiare mentre stendeva un canovaccio sul tavolo di legno e ci appoggiava: la frutta, lo yogurt e un cucchiaino. “Ho un panino in borsetta”. Rispose Carla e si sedette accanto a lei sbirciando meglio il volto della bimba con i codini. “È bello, sei molto brava”. “Se ti piace puoi tenerlo, è solo un bozzetto”. “Sì lo prendo, ti ringrazio”. Avrebbe ripensato un’infinità di volte a quel primo incontro con Lucia. A tutti quei messaggi che già c’erano e che lei non aveva saputo cogliere. Il corpo esile, la carnagione pallida, il viso triste, un tentativo di approccio con una estranea, una richiesta di compagnia. Ricordava anche la sua gentilezza nel farla sentire a suo agio, anche se in fin dei conti lei era solo la ragazza delle pulizie. Forse si era fatta distrarre da questo, forse si sentiva lusingata e fin da quel momento più che pensare a Lucia aveva pensato a se stessa. Per un anno, il martedì e il venerdì, Carla si immergeva a capofitto in quel laboratorio. Per star dietro a quel caos, aveva preso lo stesso ritmo delle persone che ci lavoravano, considerava che fosse l’unico modo possibile. Loro finivano di colorare e lei ritirava subito i pennelli per metterli a bagno, chiudeva le latte di colore, cambiava la carta sui tavoli e quando aveva finito, in un altro tavolo si erano ammucchiati sfridi di carta e cartoncini. Se il materiale sotto pressa era pronto e lo infilavano negli scatoloni, lei con una spatola, alla quale aveva applicato un manico di scopa, staccava dal pavimento le chiazze di colla e di colore. Due tavoli venivano accoppiati per un lavoro grande… lei si presentava con scopa e paletta dove prima non poteva arrivare. Aveva preso in parola quello che le avevano raccomandato il primo giorno “Pulisca quello che può senza spostare niente”. Non eseguiva mai nell’arco della giornata un lavoro uguale a quello precedente come se la frenesia della creatività di quel luogo avesse contagiato anche lei. Con i vetrinisti parlava poco, ma si intendevano egualmente: lei non li disturbava mentre lavoravano e loro non la infastidivano. Solo Lucia la faceva partecipe dei lavori che stava portando avanti: nascevano, crescevano e poi sparivano in fiera o in qualche negozio. Carla sapeva di non essere nessuno là dentro, ma quando “un’opera d’ingegno” come esclamavano scherzando i vetrinisti, varcava la soglia del laboratorio, lei si sentiva orgogliosa di lavorare lì. Le piaceva anche ascoltare Lucia, quando, nei suoi momenti migliori, le raccontava dei capolavori artistici di cui è ricca l’Italia, come se oltrepassata la porta di sesamo lei le illustrasse le meraviglie di quei tesori. I mosaici di Ravenna, gli affreschi nelle chiese, le sculture, i cieli di Giotto, i quadri del Mantegna. Le descrizioni di Lucia si trasformavano in immagini, ma i nomi di quegli autori famosi spesso si confondevano nella mente di Carla. Così quando in laboratorio capitava che rimanessero sole e il silenzio fosse assordante Carla, avendo capito che l’argomento arte riusciva ad animare Lucia, cominciava a domandare di questo o di quell’altro pittore. Dire che loro due, dopo un anno fossero diventate amiche era forse troppo. Anche se Lucia le aveva raccontato molto di sé, era come se a Carla mancassero i capitoli più importanti della sua vita. Sapeva che aveva un fratello minore, con il quale aveva condiviso la perdita della madre quando ancora erano piccoli, sapeva del padre professore universitario sempre impegnato, della nonna materna che li aveva allevati, del liceo artistico che lei aveva abbandonato, dell’ultimo ragazzo che le faceva un filo spietato, conosceva addirittura gli esiti degli ultimi esami del sangue che aveva dovuto controllare per una brutta epatite che si era presa. Nonostante Carla avesse capito che molto di Lucia le fosse ancora sconosciuto provava per lei una simpatia mista a tenerezza. Le piaceva starle vicino, sentire il suo profumo di borotalco, osservare quel viso acqua e sapone, apprezzava il suo modo semplice di vestire, ma quello che proprio la faceva impazzire erano i suoi sorrisi: lievi, appena accennati, i muscoli del viso si modellavano sorretti dalle labbra che si schiudevano in un breve attimo. Sorrisi rari, e proprio per questo Carla aveva capito quanto fossero importanti. Sapevano di avere la stessa età ma solo a maggio, scoprirono di compiere gli anni lo stesso mese, e per Lucia bisognava aspettare fino al venti. “Festeggiamo insieme! Io penserò ad un regalo per te molto artistico! E tu naturalmente dovrai pagarmi da bere”. “Ok, disse Lucia, io pago da bere e sarai tu, questa volta, a pensare all’arte!”. “Artistico… un regalo artistico, ma cose le regalo, un Picasso? Artistico… Mia zia dice che sono un’artista nel preparare i ravioli con la ricotta e gli spinaci! E io le preparo i ravioli con la ricotta e gli spinaci. Vediamo un po’ che faccia farà. Speriamo che sorrida!”. Il 20 maggio. “Senti Lucia, io mi sono spremuta al massimo e l’unica cosa di artistico che ho saputo creare per te, la troverai questa sera a casa mia, alle otto”. “Non potevi portarmela qui?”. “No! Si raffreddano”. “Si raffreddano?”. “Sì, si raffreddano!”. Davanti al suo capolavoro non solo sorrise, a momenti si metteva a piangere, perché diceva che l’ultima volta che aveva mangiato i ravioli fatti in casa, glieli aveva preparati la sua nonna, che adesso è tornata a vivere nelle Marche. Fu una bella serata, il vino dolce che la festeggiata portò contribuì notevolmente a rallegrare gli animi e le guance di Lucia divennero lievemente rosse. La settimana successiva, inaspettatamente, nella casella della posta, Carla trovò un biglietto indirizzato a lei, aprì la busta mentre saliva le scale e rimase piacevolmente sorpresa quando vide disegnato all’interno un gattino piegato a squadra che si scappellava in sorrisi: nel fumetto, sopra la sua testa, c’era scritto un numero infinito di grazie, grazie, grazie. Carla gongolava, la cena per festeggiare il loro compleanno era ben riuscita ma non si aspettava certo un ringraziamento scritto. Il martedì successivo, in laboratorio si abbracciarono e la loro amicizia sembrò essere più profonda. A settembre Lucia lasciò lo studio vetrinistico, voleva riprendere le scuole e Carla fu felice per lei anche se il laboratorio adesso non era più lo stesso. Continuarono a sentirsi per telefono ma… sempre più di rado, fino a perdersi di vista completamente. Una gita organizzata a Mantova per febbraio fece rinascere il desiderio a Carla di risentire la sua vecchia amica. In laboratorio le aveva parlato tanto del Mantegna, del castello e di altre meraviglie che Mantova poteva offrire. Chissà se Lucia sarebbe venuta con lei a Mantova? Provò a telefonare. Rispose il padre: “Lucia non c’è, è nelle Marche dalla nonna, lei è una sua amica?”. Gli aveva spiegato chi fosse e il motivo della telefonata, lui l’aveva riconosciuta: Lucia aveva parlato di lei in casa. Ci fu un attimo di silenzio, poi lui riprese a parlare. L’informò che Lucia non stava troppo bene e quando sarebbe tornata l’avrebbe fatta chiamare, aggiunse anche: “Mi raccomando, le stia vicina”. “Sì, senz’altro”, aveva risposto lei. Non stava troppo bene? Non è mai stata troppo bene! Doveva starle vicina, lei… ma se non si vedevano da sei mesi! Quella ragazza ha sempre avuto qualche grana ma lei non era mai arrivata a capire di cosa si trattasse. Passò febbraio, marzo, aprile ed arrivò maggio, in laboratorio c’era il solito trambusto, merce che rientrava, lavori che uscivano, chi partiva per Genova con un camion di roba, chi rientrava dalla fiera di Milano. Le squadre si incrociano e si scambiano notizie e novità. Raccontato fra un discorso e l’altro, Carla isola quella che doveva essere una normale notizia di cronaca: “Dì, lo sapete di quella tizia che lavorava qui? L’hanno trovata morta ieri nel bagno di casa sua”. “Ma chi, quella drogata?”. “Sì, come si chiamava… Lucia”. Quelle parole le fecero l’effetto di un grosso pugno nello stomaco, il dolore fu così intenso che dovette sedersi. Stupida, stupida che non era stata altro, possibile che non ci fosse arrivata da sola, possibile che non si fosse accorta. Come aveva potuto essere così ingenua. Stupida, stupida, stupida, si ripeteva, e cominciò a piangere a dirotto. “Ma cos’hai? Perché piangi, non lo sapevi che quella si faceva?”. “Cretino, non chiamarla Quella, voi non sapete niente di chi era Lucia, non sapete niente di come fosse sensibile, non sapete un cavolo di niente voialtri”. “E già, sa tutto lei, ma se non sapevi nemmeno che si drogasse”. Il pianto e i singhiozzi la fecero tacere ma i rimorsi le gridavano dentro. Perché non hai più telefonato, ti aveva ricordato suo padre che non stava bene, ti aveva chiesto di starle vicino, quanto tempo hai lasciato passare senza interessarti? Siamo a maggio, e il suo compleanno? Te lo sei dimenticato? L’hanno trovata morta nel bagno, con una siringa nel braccio, magari le bastava che qualcuno si ricordasse del suo compleanno e invece era sola in casa quel giorno. Adesso Carla non poteva fare più niente, niente di niente. Lucia non c’era più, erano spariti i suoi gesti delicati, i suoi abiti semplici e il profumo di borotalco era svanito con il suo dolcissimo sorriso. Non l’avrebbe mai più rivista. Ritrovava invece, ogni tanto, nel cassetto della biancheria la busta bianca contenente il biglietto disegnato a mano da Lucia. Nel fumetto, il gatto piegato a squadra ripeteva un’ infinità di: Grazie, grazie, grazie, grazie…

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