Venuto al mondo
Mi piacerebbe parlare di questo libro con una mia amica, senza rivelargliene la trama, senza insistere sui personaggi principali, senza calcare la mano sulle evidenze. Mi piacerebbe dirle: “ È bello, leggilo, poi ne parliamo”.
Mi piacerebbe che anche alla mia amica piacesse riflettere su quello che ha letto e le venisse voglia di commentare, discuterne, di approfondire, di raccontarmi in quali punti del romanzo si è sentita completamente estranea o al contrario coinvolta. Quando ha sentito quella scossa che le ha fatto fare un salto, un salto che l’ha portata più avanti, o quando si è vergognata di appartenere alla razza umana.
Sono questi tipi di romanzi che mi fanno venire voglia di scriverne, condividerne i contenuti e soprattutto di conoscere che effetto abbiano fatto a voi. Mi piacerebbe farvi venire voglia di leggerlo e se lo avete già letto mi piacerebbe leggere i vostri commenti.
Portare… Farsi portare… Essere dentro… Sentire… La Mazzantini ci accompagna nel suo romanzo che è una storia di guerra e di amore, un amore strano e imperfetto da sembrare vero, è un presentarci etnie diverse, farcele conoscere quando vivevano in pace fra di loro, e dopo, durante la guerra . Molte volte, leggendo questo bel romanzo: “venuto al mondo” l’emozione mi è salita da dentro e si è fermata in gola formando un nodo che mi impediva di deglutire. I pensieri invece correvano veloci e scuri: terribile, atroce, angosciante, disumano. La Mazzantini mi ha portato in guerra, mi sono sentita in guerra, una guerra di cui avevo già letto e seguito in tv, una guerra che se pur vicina mi aveva trovata distante. Solo qualche zingara con la sua nenia: “ Vengo da Bosnia… aiutatemi” mi aveva fatto vergognare di non fare nulla.
Gemma è la protagonista di questa storia che si intreccia più volte: il presente con il passato, Roma con Serajevo. I mariti con gli amici, i tempi di pace con i tempi di guerra. Si affanna, lavora, si innamora appassionatamente di Diego, fotografo scapestrato; lo troveremo vivo e attivo sotto il tiro degli snipe a Serajevo e depresso a Roma con una scatoletta di tonno che ha fotografato per tutto il giorno. Poi… per Gemma… quella maternità sofferta, cercata a tutti i costi. E si troverà di nuovo sola e disperata, ma un uomo dell’Arma la proteggerà. In questo romanzo le persone anziane sono pennellate lievemente, senza eccessi, senza protagonismi, pennellate che comunque lasciano il segno. Mi sono commossa pensando al senso di colpa di una donna anziana che era ancora viva, quando tanti bambini erano già morti. Quando un anziano signore, dopo essersi vestito di tutto punto si è incamminato verso la sua università; il rispetto della moglie nei confronti della sua decisione, la loro complicità, il loro amore. Il romanzo, nonostante la guerra e tantissimi morti è pieno di amore, quasi a pareggiare i conti. I pensieri di Gemma, le riflessioni, i segreti, quello che vorrebbe dire, fanno da cassa armonica a tutto il racconto che prende un respiro o un affanno diverso ad ogni nuova situazione. È questo e molto altro il romanzo della Mazzantini che fino alle ultime pagine ti sorprende.
Più che un riassunto ho voluto raccontare cosa suscita questo romanzo, cosa ti lascia, le frasi che non vorresti dimenticare, le situazioni che mai avresti pensato di vivere e quelle che invece pur non appartenendoti ti fanno riflettere. Possibilità nuove, fuori dai tuoi orizzonti. Mi si è aggiunto un pezzo di mondo.
Dalla quarta di copertina:
Una mattina Gemma lascia a terra la sua vita ordinaria e sale su un aereo, trascinandosi dietro un figlio, Pietro, un ragazzo di 16 anni………
Nostalgia per la Maestra di Yoga
Carissima Chiara, purtroppo ho perso il suono della tua voce che pure mi era così piacevole e rassicurante, che mi ha accompagnato in questi ultimi 2 anni durante la pratica Yoga che ho cercato di continuare da sola. Rimane invece, intensa e forte, quando ci penso, la sensazione di serenità che coglievo quando ad occhi chiusi seguivo la pratica dal vero.
Il tuo volto si è velato e finisce per svanire nel desiderio del ricordo che non riesco più ad afferrare, tranne la dolcezza dei tuoi occhi che non credo riuscirò a tradurre in parole. Una sensazione di sana vitalità: pulita, semplice, chiara, come il nome che porti con tanta naturalezza.
La tua immagine, invece, è ancora nitida, ad evidenziare il corpo armonioso e flessibile, avvolto dalla mitica tuta bianca, comoda e leggera.
Ho nostalgia del nostro primo approccio, quando, con il tuo dire garbato ci hai spigato perché era necessario non chiacchierare, non distrarsi, non fare rumori e gesti inconsulti, come dire… non consoni alla pratica e muoversi di conseguenza. Mi era sembrato eccessivo, ma in seguito ho capito che avevi ragione e ti ho seguita fiduciosa.
Sei riuscita ha creare un’atmosfera particolare, dove ognuna di noi era in sintonia ed unione con le altre. Non di meno hai saputo farci sentire uniche, informandoti sulle nostre sensazioni o fastidi, sulle nostre necessità ed esigenze. Mi hai scritto una volta: “Ricordo ancora quali asana ti avrebbero fatto bene”.
La tua attenzione non mollava mai, sempre a ricordarci di non distrarci coi pensieri, di ritornare a noi stesse: “qui ed ora” dicevi. “Allentate i muscoli della gamba che non sta lavorando”.
Altri ricordi si sono persi, peccato.
E come siamo cambiate dopo due anni di pratica. Molte neofite, alcune decisamente arrugginite, altre giovani e forti, ma entrambe desiderose di armonia, equilibrio e scioltezza.
Abbiamo trovato molto di più.
Poi mi sono trasferita e sono rimasta senza Maestra. Nei due anni successivi è stato molto difficile ricordare le asana che diventavano numericamente sempre più scarse e di conseguenza più ripetitive. Difficile anche regolare a dovere la respirazione. In quel periodo è stato fondamentale il ricordo della tua voce, il viso, l’immagine del tuo corpo che si muoveva senza alcuno sforzo. Poi come ti scrivo all’inizio di questa lettera, poco alla volta tutto è sfumato ed è rimasta una grande nostalgia.
Ripenso spesso alla sala comunale che ci ospitava: con il tetto in legno a vista e due delle pareti costituite da ampie vetrate da cui la luce andava scemando mano a mano che la lezione proseguiva, le file di sedie rosse che accatastavi sul fondo della sala prima di ogni pratica, Il profumo d’incenso, il sottofondo musicale e i tappetini sul pavimento: su 3 file, per tutta la lunghezza della sala, ben allineati, come dei soldatini, vicini vicini. Quelli proprio non li ho mai digeriti, non ho mai capito perché pur avendo a disposizione una intera sala, dovessimo “azzepparci”. Cercavo sempre una posizione laterale dalla quale poter allontanare il mio tappetino, non so se non te ne sei mai accorta, oppure facevi finta di niente. Era il mio modo per sentirmi libera, e la libertà ha sempre un prezzo: ribellarsi alla Maestra.
La nostalgia è piacevole quando accarezza i ricordi, anche in frangenti complicati, come quando avevi perso le chiavi della sala comunale che poi hai ritrovato nel bagagliaio dell’auto, sotto la ruota di scorta. Solo tu, con la tua calma potevi arrivare a quella chiave, in quel punto, dopo ragionamenti ponderati e senza ansia.
Ma la nostalgia più grande va alla tua capacità di condurci durante il rilassamento finale, dove ogni parte del nostro corpo assumeva peso e consapevolezza, dove la nostra mente, dopo essere stata guidata, si alleggeriva, corpo e mente finalmente in pace con se stesse e con il resto del mondo.
Sto esagerando? Forse… ma è così che mi sentivo, sopraffatta da un benessere totale.
Ti ringrazio e ti saluto, con affetto Lella
Ps. Lo so, sarebbe meglio salutarti con: Om Tat Sat ma…non mi è ancora congeniale e, a dire il vero ho faticato anche a scrivere “asana” e “la pratica”. Nonostante la brava Maestra, l’alunna resta sempre un po’ disobbediente!
Festa ad Orascio
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Festa ad Orascio
E’ ripartita alla grande la festa di Orascio. Dopo i primi contatti, incontri e riunioni, finalmente sabato 12 marzo gli abitanti del borgo antico si sono svegliati al suono della campana della chiesetta, ripristinata il giorno precedente.
Per noi la festa era iniziata il giorno prima. Ci siamo ritrovati tutti assieme (nipoti compresi) sul sagrato della chiesa e, scope e spazzoloni in mano, dopo aver tolto panche e sedia, abbiamo riportato all’onor del mondo una chiesetta che per 3 anni era rimasta chiusa.
All’esterno è già presente un bell’albero… di Pasqua, e le aiuole sono fiorite. Madre natura ha provveduto alla grande a far fiorire miriadi di primule che punteggiano di giallo i prati scoscesi, chiazzati ancora di macchie bianche di neve. La mimosa è in fiore, l’aubrietia striscia pomposamente sui muretti di pietra, il Valecc scorre veloce e il canto degli uccellini riempie l’aria.
Domenica 13 alle dieci del mattino la chiesetta è uno splendore: il bouchet di fiori freschi raccolti sul luogo e posato sull’altare, assieme agli altri mazzi che adornano la chiesa, diffondono profumo di primavera. Tutto luccica, tutto brilla: è proprio una bellissima chiesetta!
Arrivano gli uomini di Maccagno, con tutto l’occorrente per preparare le frittelle, arriviamo anche noi per decorare con fiocchi color lilla le sedie, arrivano le bibite, le torte, le colombe, e un sacco di altre buone cose che verranno vendute all’incanto nel pomeriggio, dopo la S. Messa.
Già alle quattordici il borgo di Orascio si anima, a lato della chiesetta già si friggono le frittelle, i suonatori della banda prendono posto su di un rialzo, che sembra studiato apposta per loro. I visitatori, che sono stati accolti da uno striscione di benvenuto, si accomodano sulle sedie, altri girovagano.
Alle ore 15 si raggiunge il massimo delle presenze. Arriva don Franco, arriva il sindaco Fabio Passera e in pratica, la nuova strada, è nascosta da una comunità fluttuante che chiacchiera, mangia frittelle, ascolta musica, e si guarda intorno per ammirare: la val Cannobina, il lago Maggiore e, più dappresso, i prati verdi con molti narcisi già in fiore.
Durante la celebrazione della Santa Messa, la chiesetta è stipata di persone; i ceri sono stati accesi e don Franco, ringraziando tutti, sottolinea la formazione di una nuova comunità. Il calore delle sue parole arriva in profondità, tanto da mitigare la bassa temperatura percepita all’interno della chiesetta.
Dopo il momento religioso si dà inizio alla vendita all’incanto. Il nostro banditore, Lino Bernasconi, esprimerà tutta la sua verve. La sua vivacità e le sue barzellette faranno si che l’incasso schizzi al massimo.La giornata volge al termine: le frittelle sono finite, le torte anche. Le autorità se ne vanno assieme agli invitati; alcuni di loro si attardano e… mi pare… che, in tutta questa meraviglia di Orascio stiano ancora cercando… il m ulino bianco!!!
Ma, bando alle ciance… è giunto il momento di ringraziare tutti coloro che hanno contribuito allo svolgimento di questa festa. Siamo in tanti e non farò il nome di nessuno, ma tutti noi abbiamo dato il massimo: una bella fatica, ma…tutto questo lavoro sarebbe stato inutile se tutti voi non foste venuti! Voi avete trasformato il nostro piccolo borgo in un luogo di festa, voi lo avete animato con le vostre chiacchiere e sorrisi, coi vostri bimbi, i nonni e gli zii. Avete anche contribuito molto generosamente alla raccolta fondi che saranno usati per migliorare le condizioni della chiesetta. Anche per questo vi ringraziamo infinitamente!
Il borgo di Orascio è, per noi, un luogo splendido: condividerlo con voi è stato bello! Tornate a trovarci quando volete… sarete sempre i benvenuti!
Nonna Tina scomparsa col suo mondo
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Portula 14-12-2015
Siamo in macchina, io e mio marito, dalle parti di Biella, come un riflesso penso: Portula, in provincia di Biella. Non ho mai visto dove sono nata. “Dai andiamo a cercare la stazione ferroviaria di Portula, magari trovo il carro merci!” Il navigatore comincia a chiacchierare, Enrico che solitamente non ubbidisce neanche a lui, questa volta segue diligentemente le indicazioni e dopo poco tempo cominciamo a salire. E saliamo ancora. Mi agito, ma non ci sono dubbi, la strada è giusta, abbiamo appena incrociato il cartello comunale che indica la città di Portula. “Ma sei sicura di essere nata in treno? Non vedo binari in giro”. Saliamo ancora ed è chiaro che qua su non esiste nessuna ferrovia. Ma non è possibile che sia una frottola! Mio padre quando voleva zittirmi diceva bonariamente: “ Taci tu, che sei nata su un carro bestiame abbandonato sui binari morti”. E poi c’ è mia cugina Elettra con la storia della cicogna, che quando era arrivata in stazione lei era già volata via e l’ostetrica che dopo il parto aveva detto che il vagone era perfettamente pulito e disinfettato, meglio che in certe case. Sono angosciata, ma si può arrivare a 65 anni e non sapere dove sono nata? Arriviamo in piazza, non c’è ombra di stazione ferroviaria e tanto meno di treni. “Allora… cosa vuoi fare? Torniamo indietro?” “No, non ci posso credere, non può essere una storia inventata, mia nonna non mi avrebbe mai mentito. Fammi andare a chiedere in Comune” “A quest’ ora è chiuso!” Ma devo sapere, devo provare. Devo. Certa che il comune fosse aperto solo perché io ne avevo un disperato bisogno, scendo dalla macchina e mi avvio verso la porta del Comune con il cuore che mi batteva a mille. Abbasso la maniglia e spingo, è aperto! Al di là di un’altra porta a vetri intravedo un’impiegata. Prima di arrivare davanti al banco, mentre lei scrive china sulla scrivania il terrore che mi possa prendere per pazza mi assale. Devo scegliere bene le parole giuste, “Buona sera” esordisco, “ senta, io sono Antonia Mascia e 65 anni fa sono nata qui a Portula però… mia mamma mi ha sempre detto che sono nata su un treno, ma… non c’è nessuna stazione qui a Portula e io… non so cosa pensare… insomma non so dove sono nata, lei non mi potrebbe aiutare?” L’impiegata resta impassibile, mi chiede un documento e dopo averlo controllato si dirige verso un armadio e dopo aver fatto scorrere le grosse ante ne trae un librone, lo porta verso la sua scrivania e comincia a leggere in silenzio, poi mette al corrente anche me, che friggevo dall’impazienza. “Dunque… qui c’è scritto nata nella casa posta in frazione Granero numero 51”. “In una casa a Granero? Al numero 51? Oddio a Granero, mai sentito nominare Granero, mi sembrava di essere uno di quegli impiegati che non capivano mai Portula.” “SI, Granero è una frazione di Portula e lì c’è la stazione , ma adesso non funziona più.” “Oddio, meno male che c’è la stazione” al n. 51, la mia nascita è piena di 5. Dietro di me si materializza Enrico, che finalmente aveva trovato parcheggio, l’impiegata dopo aver dato un’ occhiata veloce al librone lo guarda e chiede: ”il Signor Leoni?” “ Ma c’è scritto anche il suo nome sul certificato?” “Certo, aggiunge lei e, dopo avermi letto parte dell’atto di nascita, cerca altre notizie, ma non ne trova. Io sono elettrizzata e non vedo l’ora di cercare la stazione. Chiedo di poter fotografare il documento ed essendo la persona interessata ricevo dall’impiegata la fotocopia, un bel foglione di 42cm.x 29,5. Ringraziamo ed usciamo in fretta, io col mio certificato in mano, Enrico ancora incredulo del fatto che io abbia trovato il Comune aperto a quell’ora. Fuori è già buio, e io sono in ritardo di 65 anni, devo correre a Granero ma... sento dentro di me un’ immensa gratitudine per l’impiegata che, pur senza farsi coinvolgere era stata molto educata e professionale. Decido di rientrare in Comune per ringraziarla meglio e farle capire come la sua disponibilità sia stata importante per me. Lei per la prima volta accenna ad un sorriso e mi spiega: “È una coincidenza che oggi io sia qui a quest’ora, il Comune dovrebbe essere chiuso, sto registrando l’atto di morte di mia nonna che è appena scomparsa. Finalmente capisco perché prima la sentivo lontana e perché avevo avuto la necessità di tornare da lei, per esprimerle meglio la mia riconoscenza. Mentre mi parlava delle strane combinazioni, della necessità di sopire il proprio dolore, della nostra provvidenziale interruzione, osservo tutti quei particolare che prima non avevo letto in lei. È vestita interamente di nero, in forte contrasto col pallore del viso; il tono della voce ora non è più neutro, ma gli occhi sono un po’ gonfi come prima: tutto in lei avrebbe dovuto farmi pensare ad una persona affranta. Solo ora colgo il suo stato d’animo, e non so comunque cosa dirle, anche se posso immaginare il suo dolore. “Mi dispiace tantissimo, la capisco, anch’io ho avuto una nonna speciale”. Peccato non avere avuto la prontezza di aggiungere, in quel momento, che i ricordi della sua nonna l’avrebbero aiutata. Ci siamo salutate come se ci conoscessimo da tanti anni, entrambe, credo, più leggere, se fra di noi non ci fosse stato il bancone sono certa che ci saremmo abbracciate. Risalgo in macchina e, mentre Enrico si dà da fare per raggiungere Granero, che aveva notato prima di cominciare a salire, io leggo avidamente tutti i particolari scritti sul mio certificato di nascita. “Senti, c’ era anche mio padre. La denuncia di nascita in Comune è stata fatta quattro giorni dopo. Nessuno me lo aveva mai detto, sapevo che lui aveva spedito la mamma e Luciano a Portula e basta. C’è la testimonianza dell’ostetrica che ha assistito al parto e ci sono i nomi dei testimoni dell’atto, due impiegati del comune… senti, senti, sono nata alle 15-30. Elettra era ancora a scuola a quell’ora, per quello non ha visto la cicogna! Sono euforica, contenta e impaziente. Parcheggiamo l’auto davanti al numero civico 51, a destra e a sinistra di questa villa intravediamo nel buio alcuni depositi ferroviari. Si, sono nata qui. Suono il campanello, pensando che mi avrebbero scambiata per una venditrice ambulante, invece sono stati disponibilissimi i due coniugi che ci sono venuti incontro. Gli abbiamo raccontato grosso modo la storia, erano interessati, abbiamo chiacchierato un po’, loro conoscevano un sacco di cose, compreso il nome del capostazione che c’era negli anni 50. Ci siamo salutati con la promessa che saremmo ritornati. Stavo salendo in macchina quando la signora mi ha chiesto: “In che mese è nata?” “A maggio, il 5 Maggio del 50, perché me lo chiede? “ Maggio è un bel mese per nascere qui, c’è il sole tutto il giorno”. Allacciandomi la cintura di sicurezza ho pensato: “cosa voglio sapere di più, sono nata in una bella giornata soleggiata.” Epilogo I ricordi di nonna Tina li ho sempre avuti con me e solo ora ne scrivo, grazie a Sandra, solerte impiegata del comune di Portula, che attraverso il suo dispiacere mi ha fatto capire che anche lei, come me, ha avuto una nonna speciale.Viva le donne in grotta
L’amico immaginario
Un bocconcino
La tigre e la mia gatta
Un appassionante romanzo storico
Si immagina che un libro il cui contenuto tratti di argomenti storici debba essere: noioso e pesante.Personalmente ho letto molto della Bellonci e mi ha sempre stupito la sua capacità di rendere la storia con la esse maiuscola così fruibile.
Leggere il romanzo storico di Luciana Benotto: L’arme e gli amori io canto, è stata una vera rivelazione, un piacere iniziato fin dalle prime pagine, mai un momento in cui ti venisse voglia di interrompere la lettura. La ricostruzione storica è precisa, dei personaggi non è stato tralasciato nulla: l’aspetto fisico, i malanni, le ambizioni, i desideri, i dubbi le paure, le miserie, le passioni e gli amori. L’intreccio è incalzante e ricco di particolari interessanti, le azioni, a tratti cruente possono svolgersi in momenti di dolcezza e l’autrice facendoci partecipi della sua storia ci regala anche momenti di poesia. Passeggiamo con lei per le calli di Venezia, e ci stupisce mettendoci al corrente dei rimedi che già gli speziali veneziani proponevano ai loro clienti. Ci racconta della manualità degli artigiani, della bravura degli artisti. Non mancano le difficoltà degli spostamenti, e la vita dura che si alterna con lo splendore e la raffinatezza dei doni, delle feste e delle corti del rinascimento.
Il romanzo: L’arme e gli amori io canto è un libro colto senza essere pedante, a piè pagina ci sono tutte le indicazioni storiche che permetteranno al lettore di approfondire la lettura se lo desidera.
E a questo punto io desidero leggere gli altri libri che ha scritto Luciana Benotto, nella speranza che mi facciano volare lontana come è successo con questo bel romanzo.